RIGOLETTO

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APPUNTI PER UNA MESSA IN SCENA

 

 

Rigoletto è un dramma a tinte fosche, dal gusto espressionista. Tutto è netto, chiaro e violento nella sua ineluttabilità. Il travestimento lega i personaggi: tutti fingono di essere ciò che non sono, e la bella faccia del Ducato di Mantova è solo la maschera di un mondo in disfacimento.

 

Ne “Le Roi s’amuse”, il dramma teatrale di Victor Hugo da cui è stata tratta l’opera, le psicologie dei personaggi appaiono molto più ambigue nella loro essenza e astrazione, e le situazioni decisamente più forti di quanto ci si possa aspettare da un dramma andato in scena alla fine dell’Ottocento. Basta la didascalia iniziale a dare la misura di quale ambiente di perdizione volesse raccontare Hugo: “La festa sta per finire, l’alba spunta dietro le vetrate. Regna ovunque una libertà sfrenata: la festa ha degenerato, sembra quasi un’orgia”.

Il ragionare sulla messa in scena è iniziato a partire da questa idea di disfacimento, degenerazione e sfrenatezza. Tragedia della deformità, della corruzione, della violenza; della doppia morale, pubblica e privata. 

Il nostro Rigoletto pubblico è uomo dei suoi tempi e dei suoi ambienti: è corrotto, corruttore, deformemente tarato nel corpo e nello spirito. Sa cos’è il male perché lo pratica, perché l’ha subito come castigo divino piovuto sui monti sconnessi della sua schiena. Rigoletto sa e sta. Resta. Sguazza. Vive. Campa. E ne ricava convenienze e benefici. Ma solo quelli che si concedono a un buffone, perché - a sua discolpa - Rigoletto sa di essere costretto a quel ruolo. Rigoletto, nella scala gerarchica di quella vacuità mondana, è relegato diversi gradini più basso: è solo un buffone di corte, obbligato alla volgarità per il divertimento della cortigianeria corrotta. E per questo, da quella posizione, lui manipola e si prende le sue rivincite sociali, agendo nel dietro le quinte di una rabbia che lo consuma. Come per esempio all’inizio del dramma quando, durante una delle tante feste lussuriose alla corte del Duca, si mostra terribilmente malvagio e gratuitamente cattivo nei confronti di un vecchio padre venuto a recuperare sua figlia, una giovane che rischia di perdersi, abbagliata com’è dai luccichii di una sfrenata vita di corte, depravata e godereccia.

L’irriverenza che Rigoletto mostra nei confronti di questo padre straborda, oltrepassa ogni misura e si placa soltanto quando il vecchio gli lancia la peggiore delle maledizioni.

Le tinte forti tratteggiate da Verdi suggeriscono un mondo astratto, pieno di chiaroscuri: ombre, luci dal sapore espressionista. Gli spazi sono solo evocati e nulla è quel che appare. Una forma dell’oblio dove si muovono individui mascherati che sembrano abitare un universo impazzito, che corre verso l’ignoto; e non si lascia sfiorare dall’idea di potersi ritrovare all’improvviso davanti a un muro su cui schiantarsi. Un muro che assume la forza di un archetipo: a toccarlo, quasi si sgretola fra le mani.

 

RIGOLETTO

libretto FRANCESCO MARIA PIAVE

musiche GIUSEPPE VERDI

 

regia LEO MUSCATO

scene FEDERICA PAROLINI

costumi SILVIA AYMONINO

luci ALESSANDRO VERAZZI

 

direttore RENATO PALUMBO

maestro del coro ROBERTO GABBIANI

 

con

Duca di Mantova PIERO PRETTI / GIANLUCA TERRANOVA

Rigoletto GIOVANNI MEONI / FRANCESCO LANDOLFI / STEFANO ANTONUCCI

Gilda EKATERINA SADOVNIKOVA / CLAUDIA BOYLE

Sparafucile GORAN JURIĆ / MIKHAIL KOROBEYNIKOV

Maddalena ALISA KOLOSOVA

Giovanna MARTA TORBIDONI

Il Conte di Monterone ITALO PROFERISCE

Marullo MARCO CAMASTRA

Matteo Borsa PIETRO PICONE

Conte di Ceprano LEO PAUL CHIAROT / ANTONIO TASCHINI

Contessa di Ceprano LAURA BERTAZZI / ANGELA NICOLI

Paggio STEFANIA ROSAI / MARIKA SPADAFINO

Usciere FRANCESCO LUCCIONI / RICCARDO COLTELLACCI

 

foto YASUKO KAGEYAMA  / C. M FALSINI / G. AMICO

 

 

ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO DELL’OPERA