I  MASNADIERI

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APPUNTI PER UNA MESSA IN SCENA

di Leo Muscato

 

“Ho commesso il peggiore dei peccati

che possa commettere un uomo.

Non sono stato felice.”

Jorge Luis Borges

 

La ricerca della felicità e l’incapacità di trovarla nelle piccole cose.  Sembra essere questo il motore che dà il via alla nostra storia. All’inizio de I masnadieri tutti i personaggi sono in bilico sulla corda tesa della vita. Tutti scontenti, ma ancora tutti fortemente speranzosi di ottenere quanto prima ciò che ritengono sia la chiave della loro felicità. Carlo - cacciato via di casa per aver forse ecceduto nei suoi furori giovanili - attende solo una lettera del padre che lo autorizzi a ritornare. Lui non lo sa, ma a casa c’è ancora Amalia, il suo primo amore (e probabilmente l’unico che abbia avuto un senso). È ancora lì che l’aspetta. Da sei anni. Fiduciosa. Intanto si prende cura della vecchiaia, della malattia e dei sensi di colpa dell’anziano padre di Carlo, il vecchio Conte Moor, che non riesce a perdonarsi il moto d’orgoglio che l’ha portato a cacciare via il suo primo genito, perdendone ogni traccia.

E poi c’è il secondo genito del Conte, Francesco, afflitto nel corpo e nell’anima da un profondo senso d’inferiorità e una misantropia atavica che l’attanaglia. Si è rinchiuso nella solitudine del vecchio castello cadente dei Moor, trasformandolo prima in un luogo d’oblio, poi di tirannia.

È un mondo in disfacimento quello evocato da Schiller; e i suoi Masnadieri raccontano perfettamente gli umori della sua epoca, la rivolta ossessiva contro l’età della ragione in nome dell’emozione. Il dramma ha come sfondo la Guerra dei Sette Anni che segnò profondamente il popolo germanico.

Anche nell’opera di Verdi c’è un flebile riferimento alla guerra, ma è una guerra invisibile sulla scena, presente più che altro negli animi e nelle coscienze devastate dei suoi protagonisti. E fra questi ci sono i giovani che all’apertura del sipario sono riuniti in una taverna: disertori, studenti, fuggiaschi, borghesi, che - approfittando dell’anarchia e della gran confusione - creano una masnada e giurano di saccheggiare tutto ciò che possono. C’è crudezza nelle loro azioni e spudoratezza nei loro comportamenti. E, già nel primo verso, Maffei esplicita dichiaratamente la violenza del loro linguaggio: fa pronunciare a Carlo le parole noia e schifo. Due parole che sono un po’ la spia della linea d’ombra che questo giovane vede all’orizzonte. E come lui molti altri: ieri come oggi.

Allora conviene ricordare ancora una volta un appunto agghiacciante che Corrado Alvaro lasciò sul suo diario, parole che - ieri come oggi - possono ancora scuotere le coscienze più sopite: “La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile” .

TEATRO REGIO DI PARMA

Festival Verdi di Parma

 

I MASNADIERI

 

libretto ANDREA MAFFEI

musiche GIUSEPPE VERDI

 

 

regia  LEO MUSCATO

scene  FEDERICA PAROLINI

costumi  SILVIA AYMONINO

luci  ALESSANDRO VERAZZI

 

direttore  FRANCESCO IVAN CIAMPA

 

assistente alla regia ALESSANDRA DE ANGELIS

assistente alla regia volontaria SELENE FARINELLI

 

con

 

Massimiliano MIKA KARES

Carlo ROBERTO ARONICA

Francesco ARTUR RUCIŃSKI / DAMIANO SALERNO

Amalia AURELIA FLORIAN

Arminio ANTONIO CORIANÒ

Moser GIOVANNI BATTISTA PARODI

Rolla ENRICO COSSUTTA

 

Maestro del coro  MARTINO FAGGIANI

 

FILARMONICA ARTURO TOSCANINI

CORO DEL TEATRO REGIO DI PARMA

 

foto ANNALISA ANDOLINA e ROBERTO RICCI