ESTRATTI DI RECENSIONI - NABUCCO

L'OPERA, Febbraio 2014

IL PENSIERO SI LIBRA NEL SUO VOLO DORATO

di Davide Annachini 

Dopo più di 30 anni si rivede al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino Nabucco, in un allestimento tanto intenso e suggestivo quanto semplice.

(…) Qui, come nella recente Africaine veneziana, Leo Muscato ha confermato la rara qualità di saper unire alla semplicità della messinscena l’intensità della rappresentazione, sempre nel profondo rispetto della musica. Il suo è stato un Nabucco soprattutto di atmosfere, in cui la luce è risultata protagonista, creando impasti avvolgenti e poetici con effetti essenziali quanto decisivi, a firma di Alessandro Verazzi. Inoltre il colore delle scene di Tiziano Santi amalgamato a quello dei costumi di Silvia Aymonino ha creato un impasto visivo di grande suggestione, pur nell’essenzialità quasi minimalista dell’impianto, offrendo risalto all’azione e alla forza della scrittura verdiana.Prevedibile a questo punto il successo calorosissimo di pubblico, che è sembrato finalmente scuotersi dall’apatia che aveva caratterizzato certe produzioni fiorentine degli ultimi tempi.

 

WWW.TEATRO.ORG, 24.01.2014

LA REGIA SUL TRONO

di Francesco Rapaccioni

Leo Muscato è regista che viene dalla prosa e si è da sempre rapportato con la lirica in modo profondamente sensibile e intelligente: da un lato mostra grande rispetto per la musica e il libretto, dall'altro evidenza aspetti contenutistici ponendoli sotto la lente di ingrandimento con un'attenzione e una dedizione che trasforma i cantanti in attori esaltando il canto e la partitura. In questo caso la chiave di interpretazione è già nella scenografia di Tiziano Santi. Alti muri di pietra di caldo colore aranciato percorsi da buchi come corrosi da tarli, fessure che lasciano passare la luce e consentono di guardare oltre: la vita ci chiama a prove terribili e decisive ma sempre ci permette di verificare che un altrove non solo è possibile ma è a portata di mano, oltre il muro, a brevissima distanza. Basta volerlo. Così si sprigiona massima la forza del “Va' pensiero” in cui si mescolano la potenza della Fede e la ricerca di un futuro migliore che è, giova ricordarlo, prossimo. La scatola scenica assume connotati diversi a seconda del luogo: un bunker per gli ebrei, rischiarato dal fuoco come segno della presenza del divino; un interno che denota una ricchezza non sfarzosa ma essenziale per i babilonesi. Efficacissimo e pieno di significato l'apparire di Nabucco: il muro di fondo si spacca a metà e svela un retro-spazio immenso e vuoto, dove c'è solo Nabucco con alle spalle una cortina di fiamme guizzanti, primo segno della commistione tra potere politico e potere religioso, il re che si crede onnipotente, il re che si fa dio. I costumi di Silvia Aymonino mantengono l'ambientazione storica e individuano per masse cromatiche i gruppi etnico-religiosi: bianco-marrone per gli ebrei, rosso-aranciato per i babilonesi. Le armi sono archi e frecce a indicare che le parole e le decisioni uccidono più degli strumenti tradizionali di offesa. Le corde avvolgono i polsi dei prigionieri e li avvinghiano uno all'altro in una catena umana di sofferenza. Risultano essenziali e risaltano particolarmente le luci di Alessandro Verazzi che contribuiscono a rendere la rappresentazione verista e, al tempo stesso, ammantata di simbolismo, come una vicenda paradigmatica. Nel deserto si tingono di arancio polveroso, in altri momenti passano dal bianco abbacinante al confortevole giallo, senza mai dimenticare di sottolineare gli interventi solistici o di avvolgere coro e comparse.La regia muove abilmente il coro e per i protagonisti si confronta con le singole individualità: perfetto l'inizio, con la massa percorsa da fremiti e movimenti non allineati a dimostrare un tumulto interiore che si riversa nel gruppo codificato e ne determina il comportamento complessivo. Muscato parte da dentro per arrivare fuori. Identificata la cifra stilistica dell'apparato scenotecnico, ne consegue che il tema che il regista enuclea è la Fede: la perdita, la ricerca, la conquista della Fedem declinata anche in modo laico come quegli ideali risorgimentali che Verdi sosteneva e che sono inscindibili dalla sua musica dell'epoca. Perfetto ed emozionante il Va' pensiero: il muro di fondo si solleva e il popolo entra, fermandosi in proscenio con una composizione a onda, non statico, non dinamico, il moto è interiore e, in questa scena, se ne percepisce un pallido riflesso esteriormente. Insomma una regia da mettere “sul trono” per la chiarezza espositiva e le emozioni che regala agli spettatori sia nel rilevare significati che nella limpidezza dell'impianto (ad esempio il battesimo di Fenena, che si impone come un rilievo di classica plasticità).

 

LA REPUBBLICA, 30.09.2012
MUSCATO METTE “NABUCCO” IN SCATOLA 

di Guido Barbieri.

(...) Se un muro fosse un corpo le crepe sarebbero le sue ferite. Per questo l’immensa parete di pietra che incombe costantemente sul Nabucco di Verdi messo in scena dal Lirico di Cagliari è attraversata da tagli, squarci, fenditure. Una prigione nera, dentro la quale penetrano soltanto violenti fasci di luce bianca, che diventa, oggettivamente, la metafora esplicita del popolo d’Israele: ferito, prigioniero, escluso dalla luce di Dio. Dentro questa potente scatola scenica, immaginata da Leo Muscato (...)

L’UNIONE SARDA, 29.09.2012 

PER PASSARE IL MAR ROSSO

di Maria Paola Masala

(…) A Leo Muscato, regista e drammaturgo, il compito di ridurre all’essenza una storia irraccontabile per la sua complessità; da una parte gli invasori, dall’altra gli invasi. Il dio degli uni e degli altri. E in mezzo le debolezze degli uomini. Che soffrono per amore, come Fenena e Ismaele. Che si dannano per emergere, come Nabucco e Abigaille. È il potere la chiave di tutto. La lotta per affermarlo. Fatta come sempre di prevaricazione, di contrapposizione tra realtà che n questa messinscena sono accolte in una scatola, separate ma affiancate. A donare un sapore di eterna contemporaneità sono i personaggi. E la capacità del regista di restituire a ciascuno di essi una personalità composita, mai bozzettistica. Così, è vincente la scelta di affiancare ad Abigaille una bimba nella quale rivedere se stessa, le sue aspettative, i suoi sogni infantili. O di segnare palesemente con una semi paralisi il corpo di Nabucco, raggiunto dagli strali di Jehovha. (...) Muscato, che nelle sue regie cerca di attuare un progetto di ri-scrittura per ricreare una qualità di relazione fra l’opera e i suoi contemporanei, dà vita a una sorta di Kolossal anni Cinquanta. Dove le armi che avrebbero potuto essere bombe e Kalashnikov sono ancora frecce, spade e corazze, dove ciascuno ha un ruolo, e dove domina un grande ammonimento: la smania di potere logora e annienta. E solo chi accetta la fragilità della condizione umana diventa davvero padrone di se stesso e libero, se vuole, di scegliersi un Dio che atterra e resuscita, che affanna e che consola. Sul palco, a raccogliere gli applausi finali, tutti i protagonisti. E tutto il teatro. Con i coristi che hanno battuto gli elmetti assiri sul tavolato. Come i minatori della Carbosulcis, come gli operai dell’Alcoa.

LA NUOVA SARDEGNA, 30.09.2012
“NABUCCO” CINEMATOGRAFICO PER PARLARE DEI NOSTRI GIORNI
di Gabriele Ballo

(…) Dietro le scelte di Muscato, c’è una precisa consapevolezza estetica, che si manifesta prescindendo dalle possibilità pratiche a disposizione. Come lui stesso afferma «Siamo partiti dall’interno per arrivare all’esterno. Abbiamo analizzato i comportamenti umani e li abbiamo trasformati prima in azione e poi in immagine». Per questo motivo, l’ambientazione storica è volutamente rievocata in modo spartano ed essenziale, attraverso quel procedimento di astrazione che solo l’arte può sfruttare appieno, e che permette di far risaltare un certo “realismo” drammaturgico. Le scenografie di Tiziano Santi, coadiuvate dalle ottime luci di Alessandro Verazzi, fanno un uso sapiente della macchina scenica: bastano pochi espedienti per ricreare un’antichità granitica e monumentale, dove gli spazi sovrastano l’uomo con tagli quasi cinematografici, suggerendo “inquadrature” a metà strada fra campo lungo e campo medio. Geometrie massicce, rettangolari, la cui summa è probabilmente racchiusa nell’oblungo monolite (di kubrickiana memoria) che discende sul trono di Nabucco.

(…) Lo stesso Coro del Teatro Lirico – che regala una valida performance esecutiva – diviene in apertura d’opera una scenografia vivente. Con la studiata semplicità dei costumi di Silvia Aymonino, i coristi, immersi in un’oscurità “fumosa”, rischiarata appena da qualche lume, divengono tutt’uno con la scena, essi stessi “sono” la scena occupandone del tutto il “primo piano” (...)

 

WWW.TEATRO.ORG

PASSIONI E VISIONI NEL "NABUCCO" DI LEO MUSCATO
di Anna Brotzu

07.10.2012

(…) Muscato individua i nodi della trama, privilegiando (come pure Verdi) le atmosfere senza rinunciare alle molteplici chiavi di lettura. Affidandosi alla musica il regista “dipinge” grazie alle raffinate modulazioni delle luci di Alessandro Verazzi e alla sintesi insieme simbolica e monumentale delle scenografie di Tiziano Santi, con la ricercata e efficace “semplicità dei costumi di Silvia Aymonino, come tableaux vivants i vari momenti della storia, dando effettivo risalto a quel personaggio multiforme che è il coro – la schiera degli ebrei ma pure la compagine dei fedelissimi del re assiro. Abiti antichi molto somiglianti ai moderni – si combatte con lame e frecce, invece di mitra e fucili ma quel segno arcaico, come le pose guerriere, non attenua anzi accentua il senso di minaccia e violenza delle armi puntate sui prigionieri - insieme a squarci pittorici compongono uno spettacolo di grande eleganza formale, quasi “classico” nel restituire la solennità della vasta sala del trono e delle rappresentazioni del potere e l'ombra del segreto e della paura dei perseguitati, linee cromatiche a definire la diversità tra i due popoli sottolineando l'elemento bellico e il tratto più spirituale, quasi condizioni speculari dell'uomo, nell'antitesi tra il raccoglimento della preghiera e il rigore militaresco. Una scrittura scenica affascinante in cui la suggestioni della storia compongono lo sfondo e se si vuole l'ordito su cui si ricamano invece le private passioni, l'amore proibito e pericoloso di Fenena, figlia minore di Nabucco e l'ebreo Ismaele, che accende anche la mente e il cuore della di lei sorella(stra) Abigaille; le mire di quest'ultima, ambiziosa e crudele; e l'autorità regale e paterna del re assiro, piegato e di nuovo elevato per volontà divina (...)



LA NUOVA SARDEGNA, 30.09.2012

UN AFFRESCO EPICO SULLA VOGLIA DI LIBERTÀ

di Enrico Pau​

(…) Tutta la messinscena di Leo Muscato gioca su un grande equilibrio fra le parti che compongono il melodramma verdiano, i personaggi singoli, e il grande personaggio simbolico, il coro, il popolo. Muscato e insieme a lui la costumista Silvia Aymonino, il direttore delle luci Alessandro Verazzi e lo scenografo Tiziano Santi, pur con pochi mezzi, purtroppo, tengono tutto dentro una gradazione di luce calda, avvolgente, dentro colori saturi eleganti, dentro azioni che ogni tanto si fissano in modo quasi pittorico nel tentativo, riuscito, di creare un grande affresco epico.
I cantanti, riscaldati da questa materia confortevole, sembrano a loro agio dentro questa grande pittura sonora, semplice nei loro movimenti, parti di un tutto più complesso che, per la coralità implicita dell’opera verdiana, attribuisce alle masse un ruolo centrale.
E dalle masse che sempre escono i cantanti per il loro intrecciarsi canoro e espressivo nelle parti a due, a tre, a cinque. Equilibrio e semplicità pur nella povertà non celata dei mezzi. Scelta intelligente del regista a dimostrazione che le strade del melodramma sono infinite e che il nostro Lirico ha bisogno di guardare al futuro con più coraggio e facendo scelte nette, coraggiose e visionarie (...)



WWW.RECENSITO.NET , 07.10.2012
NEL NABUCCO DI MUSCATO TRIONFA L’ENERGIA, LA MUSICA
E LA MELODIA VOCALE

di Cinzia Crobu

(…) Il merito più grande di Muscato è stato dunque di averne mantenuto intatta l’energia ed il vitalismo, seguendo i dettami del compositore, ovvero facendo sì (e credo non sia stato facile per un regista di prosa), che nessun abito, luce, trovata scenica, gesto corporeo o quant’altro risultasse invasivo e limitasse l’ampio spazio destinato ai procedimenti musicali ed al canto, riconosciuti come gli unici mezzi ammessi per garantire la differenziazione stilistica di personaggi che usano un linguaggio – complice il libretto di Solera - volutamente ‘generico’.
(…) Felici alcune intuizioni di Leo Muscato, fra tutte far comparire in scena una bimba, vestita di rosso, che non proferisce parola ma serve ad Abigaille per rivedere se stessa durante la crescita; ancora, degne di nota e rese più efficaci dall’uso sapiente delle luci di Alessandro Verazzi, alcune scene apparentemente statiche ma congeniali alla messa in scena, direi dei tableaux (vedi il battesimo di Fenena con Ismaele che osserva compiaciuto da lontano in religioso silenzio e l’uso dell’acqua in scena).
Altro punto a favore di questo Nabucco sono le scenografie di Tiziano Santi, eleganti e curate nel dettaglio (ho già citato i tagli di luce filtrati da una scatola scenica prima povera e scalfita, poi grondante oro quando adibita a residenza Assira), l’uso del fumo in sala e del fuoco in coppe metalliche sospese alle spalle del trono regale, sostenuto da un spalliera sproporzionata, rettangolare e monolitica, che gli conferisce ulteriore slancio, quasi di sfida verso l'Altissimo, offeso durante il delirio d’onnipotenza del sovrano o dell’usurpatrice pagana Abigaille. Il tutto costruito con fondi veramente esigui.
Da non trascurare i costumi di Silvia Aymonino, realizzati dalla sartoria del Lirico cagliaritano: sono numerosissimi e studiati nei particolari (frutto di ricerca e di analisi della cultura materiale del passato e del presente nei territori israeliano-palestinesi) senza tralasciare la sobrietà e l’omogeneità cromatica; si passa dalle tonalità di grigio per gli ebrei, al rosso, ocra, porpora e senape per gli Assiri, dotati anche di calzari ed armi.

Fra le armi in dotazione ci sono degli elmi che, automaticamente, mi viene da chiamare caschetti: vengono battuti a tempo sulle assi del palcoscenico, sulla scia dei fragorosi applausi meritati da quest’allestimento, con chiaro riferimento e con lodevole intento di solidarietà verso i lavoratori sulcitani dell’ Alcoa e della Carbosulcis che lottano, ancora oggi, per salvaguardare il posto di lavoro. (…)