ESTRATTI DI RECENSIONI - L'AFRICAINE

IL SOLE 24 ORE

GUSTOSO POLPETTONE AFRICANO

di Carla Moreni, 15.12.2013

Scommessa vinta, anche per questa nuova inaugurazione della Fenice. (…)

Ponderata e misurata, la regia di Leo Muscato ha il pregio raro di riscattare il cuore teatrale di questa operona di Meyerbeer.

(…) Si falcidiano a man bassa le danze. E qualcuno storce il naso, poiché si sa, il momento coreutico rappresenta l’ingrediente caratteristico del polpettone. Ma il tempo di crisi, la cospicua porzione espunta viene ampiamente giustificata. E poi, con un impianto drammaturgico tanto improntato alla prosa, come questo inventato da Muscato, essenziale, lineare, erede della migliore scuola italiana, l’inserto di qualsiasi danza - anche contemporanea - sarebbe entrato in frizione.

(…) In tema di regie contemporanee, quella di Muscato è la riprova che si può fare teatro scavando nel tessuto della storia che l’opera racconta. Senza necessariamente (troppo facile) raccontarne un’altra. Qui il presente dell’Africa era evocato in brevi video, nelle introduzione di ogni atto, di Fabio Massimo Iaquone e Luca Attilii. Commoventi ma spicci, senza retorica. Le belle luci di Alessandro Verazzi erano rubate alla pittura veneta.

 

CORRIERE DELLA SERA

L’AFRICAINE. A VENEZIA RISCOPERTO MEYERBEER

di Paolo Isotta, 27.11.2013

La regia di Leo Muscato, su scene di Massimo Checchetto e costumi di Carlos Tieppo, è intelligente, svelta, economica.

 

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L'AFRICANA DALL'INDIA

di Francesco Rapaccioni, 29.11.13

(…) Di fronte a una partitura così complessa e a una storia affastellata il regista poteva semplificare oppure oggettivizzare. Leo Muscato, sensibile e intelligente, percorre la seconda strada venandola di estetismo fiabesco ma senza dimenticare la prima: racconta la storia con oggettività in modo da renderla comprensibile e coglierne soprattutto gli agganci con il contemporaneo. Meyerbeer scrive l'opera come un atto di denuncia del colonialismo e dello schiavismo: la conoscenza delle nuove terre è la scusa per conquistarle e spogliarle a vantaggio del potere economico dei regni europei. Da qui parte Muscato, che condivide la tesi e la attualizza: basta pensare al rilievo che dà al duetto Sélika-Nélusko in prigione sullo sfondo dei maltrattamenti ai carcerati e all'insistito oscurantismo che regna nel libretto di Scribe: paura del non conosciuto, malsopportazione per la conoscenza, la condanna di ogni fanatismo, mali d'epoca ma diffusissimi ancora oggi. Soprattutto il regista rende visibile la storia narrata nel libretto con grande senso del teatro, attenta e suggestiva gestione delle masse, calibrati e misurati gesti dei protagonisti sempre pieni di significato ed evocativi del carattere e delle intenzioni.

Complici essenziali della riuscita dell'allestimento sono gli apparati scenotecnici. La semplice ma significativa ed efficace scena di Massimo Checchetto utilizza una pedana inclinata che esce dal quadrato nero, rigidamente segnato, del boccascena. Nei primi due atti, ricoperta di rosso e con mobili in noce, la pedana diventa sontuosi interni portoghesi; nel terzo atto, denudate le tavole e sistemata la tolda di una nave, fa respirare il mare aperto; negli ultimi due atti, ricoperta di celeste, presuppone luoghi esotici, indiani per estensione ma non solo. Gli splendidi costumi di Carlos Tieppo declinano un barocco iniziale quasi monocromatico nei primi atti e un colorato Rajasthan per il prosieguo, rispettosissimi del dato storico ma, per ovvie ragioni teatrali, con il falso dei corpetti per le indiane introdotti invece in epoca inglese. I costumi allegri delle donne indiane contrastano con l'abito bianco di Sélika nel finale, sbilanciata sopra il mare: una sati dai capelli tagliati che si immola per amore, seppure non sulla pira funebre del marito al quale ha consentito di partire con la donna che ama. Se questo non è amore, allora cos'è l'amore? Fondamentali per la riuscita dello spettacolo le perfette luci di Alessandro Verazzi: la maggiore suggestione ambientale lo spettatore la prova grazie al nero totale, misterioso, inquietante, assorbente che circonda la scena e che fa risaltare come non mai quanto essa contiene; i raggi dall'alto cadono con una consistenza materica come pennellate di denso colore, rosso e giallo principalmente. Per non dire del suggestivo effetto delle candele nelle quattro lumiere della scena con l'Inquisitore in cui i toni giallastri virano al bianco per i momenti di riflessione.

Fondamentali nell'economia dello spettacolo anche i video di Fabio Massimo Iaquone e Luca Attili, proiettati in prevalente bianco e nero su velatino con immagini appena accennate che non vogliono soltanto meramente e banalmente “attualizzare” l'opera quanto piuttosto dimostrare la contemporaneità dei temi, suggerendo confronti e vicinanza e tenendo desta l'attenzione dello spettatore. All'inizio l'opera parla di conquista e dunque ecco i nuovi colonialismi: lo shuttle e la camminata sulla Luna, navi da guerra su mari perigliosi e aerei a reazione su nuvole bianche, soldati e schiavi, armi e carri armati, il bombardamento notturno su Baghdad. Quindi i risultati dei nuovi colonialismi: oro, petrolio, opifici, raffinerie, azioni di borsa. A chiudere un antico planisfero su arazzo, segno grafico che torna più volte, nella stanza di Inès e nella cabina di Don Pédro. Nel secondo atto lo sfruttamento umano e il commercio degli schiavi. Nel terzo atto il mare: il video introduce sabbia, acqua che cancella e rinnova, navi da crociera e alberghi di lusso, la tradizionale ospitalità araba e un centro commerciale di Dubai, un bambino che gioca a riva con una barchetta e mani che offrono acqua in una conchiglia. Nel quarto e nel quinto atto l'India oggi: la povertà piangente e la ricchezza scintillante, baraccopoli e grattacieli, uomini che pregano e lavorano, un sadhu mite e gentile, il riso basmati e i farmaci Aventis, un treno con le persone anche sul tetto e la festa di Diwali le luci ovunque.

 

IL GAZZETTINO

L’ARDORE E LA MELODIA DI UN’OPERA DA RISCOPRIRE

di Mario Messinis, 24.11.2013

Opportunamente il regista Leo Muscato ha evitato le consuete attualizzazioni (...). L’africaine è un’opera di fatto oggi sconosciuta che è utile rappresentare, come ieri sera, in modo acutamente storicizzato. Il taglio rinascimentale ed esotico è ben evidenziato dai costumi di Carlos Tieppo, mentre l’essenziale impianto scenico (saggiamente economico) è disegnato con bella asciuttezza da Massimo Checchetto. Complessivamente una produzione notevole per un’opera che meritava di essere riportata all’attenzione.

 

WWW.SEENANDHEARD-INTERNATIONAL.COM

RARE REVIVAL OF MEYERBEER’S L’AFRICAINE

di José M. Irurzun, 04.12.2013

The director of this new production was Italian director Leo Muscato. The great simplicity of the stage for much of the performance was attractive: in four of the five acts it was occupied by an inclined platform, to which props were added for the different scenes. In Act III the stage became a ship with appropriate movement; the last act, where the platform represents the sea through excellent lighting, was very beautiful. Costumes were well suited to the time of the libretto, and particularly colorful in Act IV with Hindu outfits for chorus and extras.

Muscato’s narration of the complicated plot and the several love triangles was successful. He used video projections at the beginning of each act to reflect anti-colonialist sentiments, which is not at all removed from Meyerbeer’s intentions.

 

WWW.DELTEATRO.ORG

L’AFRICAINE, IL FASCINO DELL’ESOTICO

di Davide Annachini, 03.12.2013

Leo Muscato, dovendo probabilmente fare di necessità virtù in un’epoca poco indicata a mettere in scena un Grand-Opéra, è riuscito nel generale minimalismo dell’allestimento (fatta eccezione per l’atto della nave, ricostruita a dovere) a confezionare uno spettacolo di indubbia suggestione, molto rispettoso della musica – che in un recupero come questo è ancor più protagonista del solito – e ben risolto anche nei quadri più complessi, grazie alle scene funzionali di Massimo Checchetto, ai bei costumi di Carlos Tieppo e alle luci determinanti di Alessandro Verazzi.

 

WWW.ILGIORNALEDELLAMUSICA.IT

"L'AFRICAINE" APRE CON SUCCESSO LA NUOVA STAGIONE

di Enrico Bettinello, 24.10.2013

Leo Muscato fa muovere l’azione su un semplice piano inclinato che diventa prigione (con tanto di atroci esecuzioni sullo sfondo), ponte di nave assalito dai selvaggi, spiaggia stilizzata o mare dove si aggetta il promontorio su cui s’inebria e muore la sventurata regina Selika (una brava Veronica Simeoni). Semplice e efficace.

 

WWW.ILCORRIEREMUSICALE.IT

FEMMINISMO E ANTIRAZZISMO

di Giuseppe Pennisi, 24.10.2013

La drammaturgia di Leo Muscato mostra che, sotto vicende storico sentimentali da film Anni Cinquanta, ci sono due temi fondanti, insoliti per l’epoca 1840-1865 in cui il lavoro vene concepito: femminismo ed anti-razzismo. Le due protagoniste femminili (la portoghese Inès, Jessica Pratt, e l’indiana Sélika, Veronica Simeoni), pur rivali nell’amore dello stesso uomo (Vasco de Gama, Gregory Kunde) annichiliscono il protagonista maschile e sconfiggono sia il Gran Consiglio di Lisbona sia la corte Brahminica. Razzismo e colonialismo vengono poi denunciati senza alcuna remora  (nonostante si fosse all’epoca bismarckiana degli Imperi extra-europei ). Le scene di Massimo Cecchetto ed i video di Fabio Massimo Iaquone e Luca Attilii utilizzano una pedana, attrezzeria e molta tecnologia (filmati anche delle Guerre d’Africa del 1911 e del 1936 e proiezioni su colonialismo ancora ai nostri giorni). Vengono creati effetti speciali da film spettacolare. 

 

WWW.LARENA.IT

L'AFRICAINE, AMORE IN SALSA ESOTICA DAL GUSTO KOLOSSAL

di Cesare Galla, 24.10.2013

CORAGGIO. È consuetudine dire, in questi casi, che riportare in scena una simile opera è un atto di coraggio. In realtà, è una scelta di vera cultura, l'attuazione di uno dei principali “obiettivi aziendali" delle Fondazioni liriche: la conservazione e riproposizione del bene culturale chiamato opera. Il coraggio, semmai risiede nel come L'africaine è stata proposta. Coraggio doveroso, perché va nella direzione dell'assoluta necessità di ottimizzare le risorse. E dunque, nella regia di Leo Muscato il kolossal diventa non-kolossal e gioca la carta dell'essenzialità. In scena bastano una pedana inclinata e pochi oggetti quasi simbolici (scenografo Massimo Cecchetto); i costumi (Carlos Tieppo) raccontano l'epoca e l'idea dell'esotico tipica dell'Ottocento. Ci sono anche dei video nei passaggi d'atto, sui preludi strumentali, in cui Muscato illustra la sua idea “politica" dell'Africaine come atto d'accusa contro il colonialismo e lo schiavismo. Le immagini di grandi esplorazioni lungo i secoli lasciano ben presto il posto ai documenti visivi di come il Nord del mondo opprima il Sud, oggi come allora. In scena le masse sono scarne, si punta sul versante lirico e sentimentale del plot, si lavora per portare alla luce il nocciolo sentimentale ed erotico, quello in cui più Meyerbeer assesta la sua zampata, tanto da prefigurare atmosfere decadentistiche con un trentennio d'anticipo.

 

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L’AFRICAINE, OPERA DI CONTRADDIZIONI

di Alessandro Cammarano 24.10.2013

Leo Muscato decide di narrare, di esporre i fatti, per confusi che siano, con grande semplicità ed eleganza. La sua non è un’operazione museale, “tradizione” non corrisponde sempre e necessariamente ad una visione calligrafica che strizza l’occhio a stilemi stucchevoli. Muscato sceglie il naturalismo, espone i fatti lasciando al pubblico immaginare il resto; i movimenti delle masse sono fluidi, i gesti dei protagonisti eloquenti ed al contempo misurati, le controscene ben studiate. In piena sintonia con l’idea registica le belle scene di Massimo Checchetto, fatte di pochi e ben scelti elementi che si accendono di vita grazie anche all’efficace disegno di luci di Alessandro Verazzi. Eleganti i costumi di Carlos Tieppo, il quale evidenzia bene la dicotomia tra due mondi scegliendo colori neutri per i portoghesi e tonalità sgargianti per gli indiani.

 

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di William Fratti, 26.11.2013

(…) Un eccellente e minuzioso lavoro di regia fatto su ciascuno degli interpreti, dai protagonisti ai comprimari, dai coristi ai mimi e figuranti. Ognuno ha un’azione da compiere, un gesto da produrre, uno sguardo con cui trasmettere un’emozione o un’intenzione. Ed è così che Muscato dimostra di saper fare molto bene il suo mestiere, poiché tutto ha un senso, anche in ciò che succede dietro o accanto alle scene solistiche, per tutta la durata dei cinque atti della vicenda.

L’abilità scenografica di Massimo Checchetto si fa notare nella grandeur del terzo atto, in cui la poppa di una nave tardo quattrocentesca riempie letteralmente il palcoscenico. Bellissima è la tempesta finale, in cui l’ondulare, il cadere e il rialzarsi degli interpreti – col giusto ritmo – lascia davvero intendere ai bruschi movimenti del bastimento in balia del tifone. Le altre parti dell’opera sono quasi totalmente prive di scene, dotate di poca necessaria attrezzeria, ma comunque di grande effetto evocativo, poiché mai nulla sembra mancare.

Completano la riuscita dello spettacolo i bei costumi di Carlos Tieppo, giustamente misurati, mai troppo sfarzosi, ma con ogni dettaglio necessario a caratterizzare i personaggi. Lo stesso vale per le luci di Alessandro Verazzi, suggestive e abili nel dare risalto all’azione (…)

 

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OPERA INAUGURALE “L’AFRICAINE” DI MEYERBEER

di Giosetta Guerra, 01.12.2013

Concretezza ed esotismo in scene di massa da grand-opéra e quadri poetici d’intimità e di solitudine.

(...) Il regista Leo Muscato e lo scenografo Massimo Checchetto creano sia ambienti realistici che ambientazioni di fantasia, arricchiti dai bellissimi costumi di Carlos Tieppo e completati dalle suggestive luci di Alessandro Verazzi (che usa anche l’occhio di bue puntato sui protagonisti) e dai video di Fabio Massimo Iaquone e Luca Attilii proiettati all’inizio di ogni atto per ripercorrere la storia del colonialismo e delle scoperte fino allo sbarco sulla luna.