ESTRATTI DI RECENSIONI - LA VOIX HUMAINE / PAGLIACCI

BRESCIA OGGI
(...) È piaciuta al folto pubblico la regia Leo Muscato che ha calato all’interno di uno spazio dove i confini sfumano la loro tangibilità attraverso sapienti giochi di luce. In particolare la jeunne femme de «La voix humaine» la si incontra in un luogo esterno, una periferia moderna, dove la donna si risveglia all’nterno di un auto incidentata. Un luogo che ben presto perde tale connotazione in quanto ombre e luci rendono poco importante il contesto, direzionando l’attenzione verso uno spazio «altro»: quello del delirio immaginativo della donna.
(...) Ne «I Pagliacci» lo spazio messo in evidenza è quello del back-stage della vita artistica e, soprattutto privata degli artisti. Il loro vivere in scena indica il profondo legame con la vita teatrale, che finisce col diventare realmente «luogo» di vita e di morte. I colori vivaci abbracciano la prima scena, quella in cui i cittadini accolgono l’arrivo della compagnia teatrale. La storia è, infatti, in un’estate contemporanea in cui si consuma il dramma di Nedda e dell’amante Silvio. (...) Le scene agili di Antonio Panzuto e i costumi realistici di Monica Iacuzzo hanno completato l’attuazione di queste due opere.


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di Claudio Listanti

(...) Tale affinità sono state messe in buon risalto dall'allestimento scenico che abbiamo ammirato a Jesi curato da Antonio Panzuto con la regia di Leo Muscato che, assieme, hanno concepito uno spettacolo straordinariamente unitario, con una base comune ed una ambientazione nella stessa epoca per una efficace 'modernizzazione' delle due opere.
(...) L'opera di Poulenc non era più ambientata in una stanza come dice testualmente Cocteau, l'autore del dramma, 'con i muri bluastri, ma che possa quasi suggerire la scena di un delitto...' ma in una strada anonima, come molte ce ne possono essere nelle nostre squallide periferie, dove una donna, bloccata da una automobile in avaria, chiama al telefonino l'altra persona misteriosa che il testo evoca, iniziando così quel dialogo di drammatica intensità che è il tema conduttore della breve opera e che, si è rivelato il vero colpo di teatro di questo spettacolo.
(...) Pagliacci iniziava con lo stesso impianto scenico e, quindi, con una attualizzazione della parte scenica. La compagnia di giro che ha come capo comico Canio recita così in un teatro vero non in un 'tendone' da circo come la tradizione ci ha insegnato, proponendoci anche un'angolazione particolare con tanto di camerini e, soprattutto, con il retro della scena dove agiscono sarte, aiutanti e costumisti non tralasciando però il contatto con il pubblico che nella seconda scena di Pagliacci è particolarmente efficace.
(...) La regia ha assecondato pienamente questa nuova concezione scenica di questo particolare dittico musicale, offrendoci uno spettacolo ben curato nei movimenti, che bene evidenziavano la 'spietatezza' del dramma di Cocteau/Poulenc ma anche il carattere popolare e la straordinaria scena del teatro nel teatro che Pagliacci magistralmente contiene, felicemente assecondata dai costumi di Monica Iacuzzo e le luci di Alessandro Verazzi che completavano felicemente la parte visiva dello spettacolo.


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di Francesco Rapaccioni

(...) La regia di Leo Muscato, al suo debutto nell'opera lirica, è bellissima, creando una pièce coinvolgente ed efficace sul piano drammaturgico. È una messa in scena fatta di poco dal punto di vista scenico e dunque tutta basata sulla qualità della recitazione, come le prove precedenti del regista che gli hanno fatto vincere meritatamente il premio dell'Associazione Nazionale dei Critici di Teatro.
(...) Muscato riesce a trovare infinite idee nelle pieghe della storia e nei caratteri dei personaggi; propone molti elementi con un grande senso del teatro e soprattutto con notevole forza drammaturgica, come nella scena in cui Canio scopre il tradimento di Nedda, un gioco di porte che si chiudono e non si aprono, sbattono, separano, isolano.
La bella ed efficacissima scena di Antonio Panzuto è perfetta. Nella prima parte una via che costeggia case e un muro alto, una macchina sportiva schiantata contro un lampione, la cui luce fredda illumina il monologare al cellulare della giovane donna, vestita con un cappottino rosso strizzato in vita, caschetto di capelli neri con frangetta e tacchi alti.
Dopo il prologo dei Pagliacci, il fondale si alza a svelare un teatro con i camerini al piano superiore, tutti contemporaneamente visibili: una specie di casa delle bambole con una scala che collega i due piani e diversi ambienti interni ed esterni. Azzeccati i costumi di Monica Iacuzzo, che situano le due azioni nell'oggi in un luogo imprecisato ma che creano forti suggestioni. Perfette e suggestive le luci disegnate da Alessandro Verrazzi, che caratterizzano la messa in scena ed hanno un grande merito nell'ottimo risultato globale.
La voix humaine diventa per Leo Muscato un luogo non tanto metaforico quanto mentale, perché non vuole rimandare ad “altro” né “altro” significare (ruoli invece specifici della metafora). Mentale perché è lo spazio dove si affollano i pensieri, le paure, le ossessioni della donna, che arriva ad avere quasi allucinazioni, a vedere ombre e presenze che invece sono solo nella sua mente. Un delirio amoroso consumato dentro una camera da letto, in completa solitudine: ma questo si scoprirà solo alla fine.
(...) Pagliacci è una prova registica di straordinaria maturità. Muscato ha eliminato gli orpelli tipici del meridione d'Italia ma è riuscito nella rara (e difficilissima) impresa di rendere un “sud dell'anima” nelle movenze dei protagonisti, nei comportamenti della folla e in dettagli raffinatissimi (come i braccialetti che tintinnato alle braccia di Nedda). Di più, ha mostrato il dietro le quinte dei protagonisti, sia nello spettacolo che nella vita. E questo è l'elemento vincente della regia.
I camerini di Canio, Nedda, Tonio e Peppe sono a vista, ciascun attore ha un suo camerino (quelli di Nedda e Canio sono agli opposti) tranne Tonio, lo scemo (ritardato mentale più che deforme fisicamente) che si cambia nel disimpegno in cima alle scale. La presenza dei mimi (“servi di scena”) crea l'atmosfera del teatro nel teatro. I riferimenti al teatro dell'arte sono colti e divertenti, dagli “attrezzi” con cui i teatranti entrano in paese all'inizio (splendido l'animale rosso a tre ruote che muove le ali e la coda) ai costumi della pantomima, particolarmente comica e per questo particolarmente dolente, anche nell'esasperare gli attributi sessuali di Arlecchino e Colombina (un superdotato culturista e una svaporata maggiorata) nel confronto con l'enorme epa di Pagliaccio. La verità è che amore e tradimento, con quegli abiti, sono ancora più stranianti e dolorosi. Che dire del geniale Tuca-tuca di Colombina e Arlecchino sul pizzicato degli archi? E del finale, con il panciuto Canio che reca in braccio il corpo di Nedda come una bambola di pezza? Teatralissimo è, insomma, tutto l'andamento della pièce, fino alla sua conclusione, con le pugnalate date in mezzo al pubblico (i coristi).


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di Fulvio Zanella

(...) Lo spettacolo è stato ulteriormente valorizzato dall’apporto registico originale di Leo Muscato. Il regista ha realizzato una Voix humaine lontana dalla tradizione. Niente interno domestico, nessuna vestaglia da notte o telefono bianco. Il dramma della solitudine della protagonista si apre su di uno scorcio metropolitano assolutamente contemporaneo (scene di Antonio Panzuto): un incrocio in prossimità di un locale, una lussuosa fuoriserie è appena uscita di strada andandosi a schiantare contro un lampione. Ne esce a fatica una figura femminile bella ed elegantissima (costumi di Monica Iacuzzo), fasciata in una abito scarlatto che riprende il rosso degli interni in pelle dell’auto. La donna visibilmente sconvolta impugna subito il cellulare ed ha così inizio la lunga telefonata che ragguaglia lo spettatore su tutte le vicissitudini sentimentali che legano questo personaggio all’uomo all’altro capo della linea, fra interruzioni varie, bugie, recriminazioni, scuse, implorazioni, interferenze, ecc. in un divenire drammatico che metterà in luce la sfaccettata psicologia e la fragilità della protagonista. Durante la conversazione telefonica la jeune femme interagisce con altre figure silenti di passaggio (particolare quella di una prostituta che addirittura si dimostra solidale con il dolore della protagonista offrendole il proprio aiuto) fino all’epilogo: improvvisamente cala un sipario che riporta la vicenda ad una dimensione interna. Ecco allora la vestaglia ed il telefono e l‘ambientazione consueta per questo monologo. Forse tutto quello che è stato precedentemente rappresentato non è mai esistito nella realtà ma solo nella mente confusa della donna? Forse si è trattato esclusivamente di un’allucinazione? Il regista lascia lo spettatore nel dubbio e comunque non esclude nessuna della possibilità, sottolineando la grande attualità ed universalità del soggetto.

IL GIORNALE DI BRESCIA
di Fulvia Conter

(...) Il regista Leo Muscato, sulla base di una bella intuizione scenografica di Antonio Panzuto, non ha ambientato l’atto unico «come scritto» cioè in una camera da letto, ma in una strada spoglia dove la donna scende da una macchina con la quale è finita contro un lampione. Il mezzo per comunicare non è il telefono, ma il cellulare. Il compito della protagonista è certamente più gravoso rispetto ai gesti che si possono fare con il filo di un telefono, ma Tiziana Fabbricini ha notevoli doti di attrice ed è molto espressiva.
(...) La scena de «La voix humaine» è servita per la prima parte de «I Pagliacci», con il portoncino del night diventato quello del teatro e la strada adatta a ospitare l’arrivo dei pagliacci, il Coro e le Voci Bianche. Il regista è riuscito a muovere le masse e i cantanti con proprietà, e le scene erano assai efficaci.

LA PROVINCIA DI COMO
di Stefano Lamon

Charlotte Riedijk tiene il filo dell’opera e il pubblico apprezza le scelte di Muscato.
(...) Visivamente c’è chi ha rimpianto la tradizionale stanza ma, in realtà, la scena d’esterno di Leo Muscato e le sue scelte (la macchina sportiva contro il lampione, il telefono cellulare, le figure umane di contorno) risulta efficace come la scena realista di Antonio Panzuto. È proprio quest’ultima a collegare, di là del sipario, Voix humaine a Pagliacci: la stessa via diventa presto camerini e palcoscenico a vista su due piani, spaccato di interni con le due dimensioni, reale e simbolica.
(...) Nella struttura di monologo de La Voix humaine il pubblico ha tributato un consenso convinto al debutto registico in ambito operistico di Leo Muscato, che ha reso una drammaturgia efficace e rinforzata dalla presenza vocale di Charlotte Riedijk.

IL RESTO DEL CARLINO
di Roberto Pazzi

Una domenica di belle emozioni al teatro Comunale di Ferrara
Ancora a caldo delle emozioni vissute nel pomeriggio di domenica nel nostro Teatro Comunale, vorrei esprimere il compiacimento più vivo per i due spettacoli di lirica offerti alla nostra città: “la voix humaine” e “Pagliacci” con la musica di Francis Poulenc e Ruggero Leoncavallo.
(...) La spigliata modernità della regia di Leo Muscato, così sapiente e calibrata, ha dato luogo a uno spettacolo godibilissimo, di rara eleganza, misura, preziosità.
(...) Ferrara non può che compiacersi di uno spettacolo degno delle pagine migliori della lunga storia del suo Comunale

WWW.ILGIORNALEDELLAMUSICA.IT
di Maddalena Schito

Un dittico originale e insolito per il debutto nel teatro d’opera di Leo Muscato. La voix humaine, per la prima volta al Ponchielli, mette in scena il dramma psicologico vissuto da una jeune femme (Charlotte Riedijk ha sostituito Tiziana Fabbricini per un’improvvisa indisposizione). Un monologo telefonico di 40 minuti dove la musica è amplificatore di sbalzi umorali e stati d’animo della protagonista, tra cambi improvvisi di registro e silenzi eloquenti che evocano l’altra presenza, invisibile, dell’interlocutore amante. C’è la solitudine del cuore, l’abbandono e la disperazione di chi ha amato troppo. Un monologo consumato al cellulare, in una strada deserta e fumosa di nebbie, nel cuore di una notte illuminata dalla fredda luce di un lampione. Un gioco di tensioni psicologiche che la Riedijk brava cantante rivela forse troppo presto e musica e azione scenica non riescono a fondersi bene. E ancora amore e tanta passione in Pagliacci che Muscato ha voluto rappresentare senza quei riferimenti spazio tempo che avrebbero suggerito “l’idea di un meridione stereotipato”. Ed è in questa seconda messa in scena colorata e vivace (le maschere, esagerate e molto buffe, si ispirano alla commedia dell’arte) che il regista da il meglio di sé facendo emergere, con bravura e in modo efficace, il “dietro le quinte” dello spettacolo e la vita privata dei protagonisti. La scenografia ci fa seguire le vicende e tutto intravedere come una casa di bambola mentre una scala diventa luogo ideale su cui muovere i protagonisti nei momenti più concitati dell’opera. Insomma i personaggi e la folla di cori si muovono bene sulla scena e tutte le voci convincono ma più di tutti piace Tonio (Ivan Inverardi) per la sua voce potente e profonda e la sua mimica perfetta da scemo commediante.

LA CRONACA DI CREMONA
di Alberto Bardelli

L'amore impossibile, disperato e tragico in scena ieri sera al teatro Ponchielli Successo per “La voix humaine” e “Pagliacci” attualizzate da Leo Muscato
(...) Il regista Leo Muscato trasla la vicenda ai giorni nostri e la affida a una piccola e giovane compagnia teatrale che mette in scena “maschere” molto buffe, vicine allo spirito goliardico e un po’ volgare della commedia dell’arte. Il risultato è una rilettura quasi felliniana, icastica, esuberante, a tratti onirica.
(...) Sono proprio queste sottolineature a far emergere, a fronte di una trama esile e relativamente breve, l’ambigua psicologia dei protagonisti e il rapporto meta teatrale che invita lo spettatore a una partecipazione attenta per cogliere la natura delle pulsioni da cui il dramma ha origine.
(...) Il palco carico di oggetti e persone, non viene mai meno a quell’ordine interno che è canone teatrale necessario a mantenere leggibile il fulcro dell’azione. Proprio questa rigorosa attenzione alla intelligibilità dell’opera e delle complesse geografie emozionali dei protagonisti invita, infine, a una riflessione sulla modernità de «I Pagliacci». La vitalità teatrale, lo straniamento rappresentativo, la regressione del punto di vista del narratore rispetto alla vicenda, esaltati dalla regia di Leo Muscato, stimolano, dunque, nuovi interessi critici in direzione novecentesca confermando la modernità di quest’opera anche a distanza di oltre un secolo da suo primo apparire.