ESTRATTI DI RECENSIONE – LA RIVINCITA

IL SOLE 24 ORE, 10.02.2013

IL CAMPO DELLA DISCORDIA
di Renato Palazzi

Dimostrando ancora una volta che il buon teatro, quello che davvero cerca di comunicare al pubblico qualcosa di attuale e di importante, sempre più spesso non viene dalle grandi istituzioni, ma da quelle realtà emergenti che formano il tessuto vivo della scena italiana di oggi, il Teatro Minimo di Andria presenta un nuovo, bel testo di Michele Santeramo, La rivincita: Santeramo, che è anche attore, scrive di norma i suoi copioni per la compagnia, ma è ormai da considerare un autore a tutti gli effetti, dotato di un autonomo spessore creativo. Ne La rivincita si parla di tante cose, di tradimenti famigliari, di smanie di procreare, di rapporti di potere tra donna e uomo. Ma si parla soprattutto di denaro preso a prestito, di debiti, di usura: partendo da un assegno scoperto, che nessuno dovrebbe tentare di incassare, e che invece viene versato in banca provocando una catena di conseguenze, l'incalzante pièce innesca un meccanismo inesorabile che trasforma questo tema dei soldi spesi senza averli in un'autentica chiave di volta della società italiana del nostro tempo.
(…) Il pregio principale del testo sta nella sua scrittura agile, veloce, costruita a scene brevissime, dal ritmo serrato. La stessa asciuttezza si estende anche ai personaggi, che sono visti senza moralismo, nell'oggettività dei loro comportamenti, buoni o cattivi che siano. Ciascuno viene colto in una luce sottilmente ambigua, ciascuno è insieme un po' vittima e un po' colpevole della sorte che gli tocca. La stessa rivincita evocata dal titolo, per cui il terreno incriminato, alla fine, comincia a diventare redditizio, non è troppo rassicurante: raggiunta una maggiore tranquillità economica, l'uomo si ricompra la casa, ma per farlo deve accedere a un mutuo oneroso. L'altra, grande qualità dello spettacolo – che solo nell'ultima parte sembra farsi leggermente aggrovigliato – è la recitazione lieve, informale, completamente immersa nella quotidianità, lontanissima da ogni patetismo: ben diretti dal regista Leo Muscato, tutti gli attori si muovono con spigliatezza nello spazio neutro, praticamente vuoto della ribalta: da citare, in particolare, Michele Sinisi, bravissimo nei panni del fratello cinico, e Michele Cipriani, che dà un tocco amenamente stralunato allo sconsiderato protagonista.



LA REPUBBLICA, 20.01.2013

MUSCATO E LA TRAGEDIA “RIDICOLA” DI UN LAVORATORE DELLA TERRA
di Rodolfo Di Giammarco

Non prende spunto da una realtà di cronaca ma cuce assieme una moderna, controversa e logorante “tragedia ridicola” fatta di ingiustizie e miserie, La rivincita di Michele Santeramo. Testo che all’odissea di un lavoratore della terra (in bolletta, reso sterile dai veleni degli sversamenti, posto in difficoltà da una transazione/indennizzo che gli si ritorce contro, sostenuto in modo opinabile dal fratello, vittima di strazzinaggio, espropriato della casa, e irretito dall’avvocato) riserva un linguaggio efficacemente secco e modulare, una macchina strutturata in scene brevi di incisiva fruibilità. Anche la regia di Leo Muscato giova agli scorrevoli incastri dell’apologo. Dalle avversità fino all’affermarsi, con gli anni, di un sudato commercio di semi. E nell’inseminazione che, prima, la moglie del protagonista chiede al cognato c’è un cllou di irta poesia. In continuo viavai davanti a due muretti, Michele Sinisi, Paola fresa e gli attori del Teatro Minimo hanno un’esemplare ruvidezza.

 

L’UNITÀ 18.01.2013
LA RIVINCITA DI UN PAPERINO QUALUNQUE
di Rossella Battisti

(…) Dalla Rivincita, si ricava l’egregio dipanarsi di una trama contemporanea, intendendo in questo aggettivo una storia del presente che viviamo (…)
La regia di Leo Muscato, comunque impagina con intelligenza la storia per il palco, alternando e spostando in avanti i suoi protagonisti come pedine di un gioco dell’oca. E gli attori, dal canto loro, incarnano con calore i loro personaggi, dal Vinccenzo mansueto e cocciuto insieme di Cipriani al fratello ribaldo, brusco ma non così scellerato di Sinisi, al travagliato percorso verso la maternità disegnato da Paola Fresa a quello capriccioso e infantile di Simonetta Damato. Con le partecipazioni colorate e collaterali di strozzini, banchieri e baristi di Vittorio Continelli e Riccardo Lanzarone.


WWW.KLPTEATRO.IT   17.01.2013
LA RIVINCITA (RIUSCITA) DI TEATRO MINIMO
di Michele Ortona

(…) Quando vi sarete alzati dopo aver visto questo spettacolo, state certi di una cosa: vi ricorderete benissimo cos'è sul serio la "miseria", e perché è davvero, al di là di ogni stereotipo linguistico, una porca.
"La rivincita" è quella di Vincenzo, un contadino del Sud a cui il progetto per una nuova ferrovia (classica infrastruttura all'italiana: non verrà mai realizzata) strappa quel terreno che è la sua unica fonte di reddito.
La sfortuna si accanisce: per colpa dei diserbanti, diventa pure sterile e non può più dare alla moglie il figlio promesso.
Santeramo ci racconta, con il ritmo veloce della destinazione cinematografica per cui il testo era stato originariamente scritto, l'evoluzione della vicenda di Vincenzo e della moglie, intrecciata a quella della coppia speculare composta dal fratello Sabino e consorte.
(…) La messa in scena di Leo Muscato è il riflesso perfetto della semplicità (apparente) della scrittura di Santeramo: nessuna scenografia se non due pannelli sullo sfondo a fare da quinte; la storia si sviluppa per brevi scene incatenate, a volte con minime sovrapposizioni, e a netta prevalenza dialogica.
Se nei primi minuti la rapida entrata e uscita dei personaggi e il giustapporsi di scene dislocate temporalmente e spazialmente può sembrare meccanico, in poco tempo il lavoro di Muscato sa conquistarsi la sua fluidità, sia perché il ritmo ci coinvolge, sia perché gli attori hanno fatto un ottimo lavoro sui personaggi, dando loro uno spessore e una riconoscibilità anche solo attraverso le pennellate brevi di uno scambio di battute (grande merito soprattutto agli interpreti dei due fratelli, Sinisi e Cipriani).
(…) Il vero miracolo però è che le anime povere create da Santeramo, anche quando devono accettare, per avere qualche soldo, di farsi scaricare rifiuti tossici nel terreno, non perdono mai in ingenuità, legate in modo atavico alla necessità di sorridere o di pensare ai piccoli piaceri del quotidiano. «Sei la rovina della mia vita, perché mi riempi di bambini e non sai farmi un panzerotto», dice Sabino alla moglie.
Ed entrambi i fratelli, in una sola delle tante simmetrie che fanno da trait d'union alla frantumazione delle scene, tornano sempre a casa esordendo con la fatidica domanda: «Che c'è da mangiare oggi?».
(…) La morale di questa fiaba reale è profonda proprio nella sua – come da nome della compagnia – minimalità: non ti arrendere mai, come ripete sempre Sabino a Vincenzo, ma, soprattutto, non smettere mai di seminare; alla giustizia che non c'è, alla crisi, si risponde con la giustizia del futuro, piantando metaforicamente e concretamente semi. Sémi, non sèmi: ché dai grovigli semiotici di certo teatro qui ci si vuol tenere lontanissimi.  
Infatti, assistendo a "La rivincita", ci ricordiamo le possibilità ancora vivissime della drammaturgia del testo. Ma, con altrettanta importanza, si riscopre la forza artigianale dell'evocazione gestuale. Quella per cui un amplesso può avvenire, in scena, anche senza accadere: rappresentato, in questo caso, dalla relazione fuori fuoco di uno sguardo prolungato.
Si tratta, semplicemente, di un teatro che vive di un rapporto non agonistico con il testo: un po' come nei Maestri del Novecento (o almeno in quelli meno iconoclasti), la sapienza del lavoro dell'attore e del regista sta nell'emanciparsi dal testo, plasmarlo coi corpi scenici, ma preservarne l'organicità e farvi ritorno con tutta la forza dell'interpretazione individuale. Senza, dunque, che si stabilisca una chiara gerarchia fra la drammaturgia testuale e quella scenica.

Eppure anche nei lavori di Babilonia Teatri, soltanto per fare un esempio di teatro contemporaneo impegnato, si nota un rapporto tutto sommato paritario col testo. Forse, allora, se "La rivincita" ci sembra uno spettacolo così potentemente onesto, è per un motivo ancora più semplice: c'è, in esso, la comprensione e la cura della funzione esemplare (e non per questo didascalica) dell'affabulazione, della storia.
Il teatro civile di questa compagnia sta tutto nell'assumersi i rischi del racconto: sì, perché quando si costruisce, quando si attivano i meccanismi identitari propri di ogni narrazione, il pericolo di essere banali o poco incisivi è molto più evidente. Tutt'altra cosa rispetto alla comodità di certe decostruzioni che, dietro un alone tragico ormai fin troppo manierato, nascondono i relitti postmoderni di una complessità fine a sé stessa.  (…)

WWW.ILSOLE24ORE.IT
DALLA PUGLIA “LA RIVINCITA” AGILE E RIGOROSA DELLA  DRAMMATURGIA CONTEMPORANEA
di Paolo Bignamini

Teatro ben scritto. Questo prima di tutto. Poi: ben recitato e ben diretto. Non fa una grinza questo spettacolo di Teatro Minimo, testo del drammaturgo di compagnia Michele Santeramo e affiatatissimo cast di sei attori sotto la regia precisa ed essenziale di Leo Muscato.
Appoggiando su una concezione di teatro scarno ma rigoroso (la fondazione di una compagnia “civica”  caratterizzata da un forte legame con il proprio territorio, la Puglia,; una vocazione produttiva attenta alla drammaturgia contemporanea; la ricerca di nuove forme possibili di stabilità e residenza), “La rivincita” mette in scena le miserie umane di una quotidianità sempre più povera: storie di gente comune, contadini che non riescono ad arrivare alla fine del mese, piccole e grandi meschinità, abusi di potere, truffe. Ne sono piene le cronache, ne leggiamo in continuazione. Tuttavia, la storia di Vincenzo, reso sterile dal lavoro nei campi avvelenati dai rifiuti tossici e alle prese con una costosissima cura di fertilità; la vicenda della sua famiglia o, ancora, la storia della famiglia del fratello, ebbene: non sono narrazioni da inquadrare nelle categorie del teatro sociale o del dramma di denuncia. Siamo al cospetto di molte patrie bassezze, ma non manca mai, nel testo di Santeramo, lo spessore esistenziale del racconto. Anzi: è la dimensione che prevale. E come sono vivi, e veri, i suoi personaggi, come è bello poter credere che accanto alla “porca miseria” di cui sono responsabili lo strozzino e l'avvocato, il mafioso e l'ingenuo, che accanto al greve ci sia l'umano.
L'umanità che sa perdonare (il fratello che si riconcilia con il fratello), che non si dà per vinta (“mai ti devi rassegnare”, ripetono i personaggi), che sa che nella pesantezza dell'esistere, per non finire sepolti sotto la terra che dà da vivere ai protagonisti del dramma, serve anche un po' di leggerezza.
Un'apertura che si concede persino l'happy end, perché la speranza sa portare un po' di luce anche nel buio della miseria. Interpreti davvero bravi, capaci di caratterizzare l'individuale e suggerire l'universale  dei personaggi, tutti da menzionare: Michele Cipriani, Vittorio Continelli, Simonetta Damato, Paola Fresa, Riccardo Lanzarone, Michele Sinisi

 

CORRIERE NAZIONALE, 16.04.2013
LA RIVINCITA: FRATELLI SERPENTI TRA USURAI E PRECARIATO
IL TEATRO MINIMO METTE IN SCENA UNA STORIA ARCAICA DI NASCITA E MORTE
di Tommaso Chimenti

(…) Un ritmo sincopato, in questo “La rivincita” del Teatro Minimo di Andria, taglia le scene di questa soap opera di orecchiette e miseria. Quadri in sequenza ritmata: un palco vuoto, due muretti dietro le spalle da dove, come giocatori in panchina quando è il momento di gettarsi nella mischia, si alzano coppie di personaggi nel conflitto generato dalla vita che avanza e procede, ogni giorno foriera di piccole e grandi sciagure, disperazioni, fallimenti.
La crisi è palpabile ed è angosciosa, se ne percepisce il peso costante come cappa che non fa respirare. Ed il freddo, il freddo pungente, meteorologico, perché non hanno di che coprirsi in maniera adeguata, interiore, di rapporti sentimentali, parentali, distrutti, sfilacciati, algidi, terribilmente gelidi e gelati.
(…) Pulita la regia di Leo Muscato, quasi brookiana: scena, buio, scena, tutto sintetizzato in pochi minuti per quadro, in una miriade di set che, come fotogrammi, come sequenza di filmati, zoomano nell'immaginario collettivo, dentro queste due famiglie, arcaiche e contemporanee, fino a raschiare nei sentimenti più ancestrali, eros e thanatos, la vita e la morte, la nascita e la voglia di suicidio, i potenti che si fanno beffe del popolo, fino alla riscossa conclusiva di Davide contro Golia. (…)


WWW.FOGLIDARTE.IT
di Susanna Battisti

(…) Il testo e la sua performance risultano estremamente agili, anche grazie al taglio registico che concatena scene brevissime in una sequenza d'azione rapida, scandita da continue entrate e uscite degli attori che dialogano in coppia o in piccoli gruppi, o monologano in proscenio. Il tutto è giocato su rimandi, reiterazioni e scene speculari, ed è condito da un ibrido di lingua e dialetto che non sfocia mai nel regionalismo. Gli attori lavorano tutti in perfetta sintonia e sostengono il ritmo performativo senza mai svilire i personaggi. Bravissimo Michele Sinisi che sembra danzare nel freddo della sua miseria e che misura ogni battuta e ogni sguardo con precisione chirurgica e sferzante ironia, senza mai intaccare la profonda umanità del personaggio. Michele Cipriani è un tutt'uno con Vincenzo e ne sviluppa ogni aspetto con autenticità e immediatezza. I personaggi minori attendono una crescita che argini la tendenza alla macchiettismo. Quel che più conta è la capacità dello spettacolo di raccontare l'oggi, in modo semplice e diretto, lontano dallo sperimentalismo del teatro di ricerca e dal documentarismo a volte retorico del cinema. Il racconto urgente, fluviale e corale della problematicità dei tempi, acqista forza nel gesto, nudo e crudo, del teatro.

 

WWW.DRAMMA.IT

di Valeria Merola
16.01.2012

(…) Rievoca conflitti archetipici o quantomeno di ascendenza amletica, la pièce interpretata con profondità e partecipazione dagli attori del Teatro Minimo di Andria e diretta da Leo Muscato.
(…)La rivincita parla, di un Sud che non è mai stereotipo, di rifiuti chimici che avvelenano la terra e il corpo di chi ci lavora, di banche che non concedono prestiti ai precari, di usurai che consumano l’esistenza di chi non ha più speranze, di persone che inseguono il sogno di una vita normale, ma perdono la casa e con essa ogni futuro. Alle banche che misurano il valore delle persone in «movimentazioni», i due fratelli rispondono con una forza quasi primitiva degli affetti, che li porta a ripetersi con ironia «se non ci aiutiamo in mezzo a noi». Ma anche questa solidarietà familiare arriva ad assumere toni grotteschi, che mischiano il comico scelto dalla drammaturgia con le complicazioni del romanzesco. Il lieto fine presagito fin dal titolo rassicura lo spettatore, ma né la comicità né il rovesciamento conclusivo annullano l’amarezza della «quotidiana tragedia che fa ridere». La regia gioca assecondando la simmetria tra i fratelli e le loro vite, costruendo infinite scene a due, che sistematicamente si scambiano. E in questo movimento continuo, sottolineato anche dalla corsa con cui i personaggi entrano ed escono di scena, si alternano Sabino e Vincenzo, le loro mogli, e i vari rappresentanti della società con cui si scontrano: dall’avvocato allo strozzino, passando per lo specializzando in medicina. (…)



WWW.ARCIPELAGO.IT

LA RIVINCITA
di Emanuele Aldrovandi

Il linguaggio è semplice e diretto, mai generico, e ha un’autorialità ben precisa, riconoscibile in altri testi di Santeramo, come ad esempio Sequestro all’italiana: i personaggi hanno un particolare equilibrio nell’utilizzare termini e costruzioni sintattiche poco complessi, popolari, quasi dialettali, ma nel formulare con essi argomentazioni ironiche e talvolta intellettualmente sofisticate; si tratta di un’interessantissima forma di ibrido fra il realismo dell’ambientazione, delle problematiche, dei toni e appunto del linguaggio, e una sorta di non-realismo che emerge quando i personaggi commentano la situazione in cui loro stessi si trovano con uno sguardo lucido e distaccato che chi agisce come agiscono loro, dall’interno, non potrebbe avere.
Leo Muscato riesce a rendere teatrale una trama che forse avrebbe avuto bisogno del cinema (infatti in origine era una sceneggiatura), facendo in modo che siano gli attori a “creare gli spazi”, muovendosi e incontrandosi con soluzione di continuità anche se si passa da una scena in banca a una in campagna.

Gli attori sono bravi ma soprattutto – quel che fa la differenza – sono affiatati e si lasciano andare nel gioco teatrale con fiducia reciproca, risultando per questo motivo molto veri e naturali, a riprova del valore che può avere un lavoro “di compagnia” ben guidato e che si appoggia su un testo solido. Uno spettacolo fatto con niente, da vedere.