ESTRATTI DI RECENSIONI - IL CAMPIELLO

 

 

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di William Fratti, 15.10.2014

(…) Leo Muscato crea uno spettacolo – senza pause, grazie a cui evita di perdere il tocco emotivo della commedia – con la sua consueta abilità di vero regista – uno tra i pochi che possono seriamente e onestamente avvalersi di questo sostantivo per identificare la loro professione – fedele certamente a un libretto che già di per sé contiene una miriade di note di regia, ma in grado di condurre mimi e solisti verso una recitazione davvero efficacie, fatta di azioni, di gesti, di sguardi, di scene primarie, secondarie e controscene, dove tutto è sempre in movimento, non ci si annoia, ma al contempo non si perde neppure l’attenzione e non ci si distrae dalla vicenda principale.

Le magnifiche e realissime scene di Tiziano Santi portano lo spettatore all’interno di un vero e proprio campiello veneziano, che cambia parte del suo aspetto col passare dei secoli, da Goldoni, a Wolf-Ferrari, fino ai giorni nostri, senza comunque smarrire la sua identità originaria, dettata non solo dal luogo – Venezia è eterna – ma soprattutto dai suoi abitanti, che nel 1756 gettano l’immondizia in strada per poi spazzarla, ma nel 2014 abbandonano sacchi neri negli angoli; nei secoli scorsi dividevano la tavola, oggi si scattano un selfie.

In questa commedia senza tempo – osservata da lontano dallo spirito dello stesso Goldoni – anche i costumi di Silvia Aymonino sono veramente azzeccati, in grado di diversificare in maniera puntuale i vari personaggi anche nei passaggi epocali. (…)

 

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di Fabrizio Moschini, 25.09.2014

(…) Superando il consueto “dilemma” registico sul rispetto dell’epoca prevista dal libretto (che in questo caso, peraltro, coincide con quella in cui visse l’autore del “soggetto”), oppure dell’epoca della composizione dell’opera, oppure ancora di quella odierna in cui lo spettatore vi assiste, Muscato le propone tutte e tre in un colpo solo. Il primo atto è in abiti “tradizionali” della Venezia goldoniana settecentesca, il secondo è ambientato a metà degli anni ’30 e il terzo ai giorni nostri, con un campiello in cui è spuntato anche un negozio di souvenir. Un circospetto e un po’ stupito Goldoni si aggira per i luoghi dell’azione all’inizio di ogni atto.

Scelta intrigante, ben sviluppata dal regista, che ha il pregio di non perdere nemmeno una briciola di continuità narrativa nonostante gli “sbalzi” temporali , grazie anche all’evidente abilità e cura dei particolari e ad un minuzioso lavoro sulla recitazione dei solisti.

La scena di Tiziano Santi è semplice, ma di impatto visivo piacevole, risultato a cui concorrono i costumi di Silvia Aymonino. (…)

 

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di Lorena Vallieri, 25.09.2014

(…) Interessante, ad esempio, l’idea di ambientare i tre atti in diverse epoche storiche. In apertura di sipario siamo nel 1736, anno in cui Goldoni scrisse la fortunata commedia da cui è tratto il libretto di Mario Ghisalberti. Una commedia dialettale, con un intreccio leggero (i matrimoni di Lucieta e Gasparina, le baruffe degli abitanti della piazzetta veneziana), capace di porre in primo piano la vita del popolo che, come giustamente è stato notato, è il vero protagonista di quest’opera goldoniana. Elevato a dignità letteraria e teatrale, esso riesce a prevalere, con la vitalità e l’ottimismo, sui pochi personaggi nobili presenti nel testo. E allora la scena si apre giustamente su un campiello, restituito nella sua quotidiana verità. Gli edifici della piazzetta, con finestre e balconi praticabili, sono ricostruiti in maniera realistica e la loro bellezza è sottolineata dalle soffuse luci di Verazzi che danno a tutta l’ambientazione una vena poetica. (…)

 

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di (?), 25.09.2014

(…) Di sicuro effetto il finale dell’opera quando, dopo un malinconicissimo “Bondì, Venezia cara” intonato con un bel legato dalla Marianelli, tutti i personaggi, sulle allegre note conclusive si ammassano gli uni sugli altri dietro Gasparina la quale, prima di partire, scatta l’ormai classico selfie: spettacolo divertente e godibilissimo, insomma, reso ancor più piacevole dai bei costumi di Silvia Aymonimo e dalle scene di Tiziano Santi. (…)

 

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di Mirko Bertolini

(…) Il Maggio Musicale Fiorentino ha affidato questo nuovo allestimento all’esperta mano del regista Leo Muscato che ha già dato prova in patria e all’estero di saper unire la tradizione teatrale italiana con l’innovazione. Anche in questo Campiello non si è smentito. L’ambientazione – ovviamente – non poteva che essere Venezia, dove il termine “campiello” sta ad indicare una piazzetta, di quelle che per lo più sono attorniate da case povere e abitate da gente di bassa condizione. Quello di Wolf Ferrari è abitato da gente chiassosa e divertente e in esso si intrecciano dolci storie d’amore. Muscato riesce a tratteggiare tutto questo; anche le molte scene buffe sono gestite con garbo e l’umorismo che ne nasce è spontaneo e mai forzato. (…)

 

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di Daniela Puggioni, 15 ottobre 2014

(…) La resa scenica dei personaggi è stata convincente, frutto di un ottimo lavoro svolto con i cantanti, che hanno interpretato con vivace scioltezza i loro ruoli, e che ha dato i suoi frutti nelle coinvolgenti scene corali delle liti e della festa. I lunghi applausi del pubblico, che si è divertito e ha mostrato di avere apprezzato lo spettacolo, hanno accolto tutti gli interpreti alla fine dell'opera. (…)

 

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di Marianne Brandt (pseudonimo)

(…) Leo Muscato, coadiuvato dalle meravigliose scene disegnate da Tiziano Santi, così precise e slanciate oltre che una festa di colori, ai costumi puntualissimi di Silvia Aymoino ed alle luci autentiche di Alessandro Verrazzi, si identifica con Goldoni, che appare in scena senza mai essere invadente, e ci conduce ad osservare con gli occhi pettegoli del poeta, come si svolge la vita normale, di gente comune, in questo “campiello” veneziano. Uno sguardo universale che non conosce ostacoli temporali: ogni atto, cioè, rispecchiandosi in tre differenti epoche (una per atto: settecento, anni ’50 del ‘900, 2014), scenograficamente distinte da significativi e accattivanti particolari, raccontandoci la storia assolutamente moderna di una umanità che non ha mutato nei secoli i modi di affrontare la vita, il gioco dei sentimenti, le differenze di classe e di desiderio, nonostante le conquiste tecnologiche, morali, di gusto, stile, e finanche urbanistiche.

Non diventa solo una questione di cambiarsi d’abito, ma proprio di un modo diverso di recitare la stessa opera in tre contesti differenti e questa scelta registica funziona con logica serrata e per l’intelligenza del messaggio. Ovvio e autoironico il “selfie” finale con il quale Gasparina conclude l’opera e che racchiude in un’unica immagine sorridente, tutti i personaggi dai quali lei e noi ci congediamo. (…)