ESTRATTI DI RECENSIONI - GABBIANO / IL VOLO

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di Francesco Rapaccioni



Non ci sono muri in questo “Gabbiano”, il respiro è la misura di tutte le cose. Quel respiro che consente di volare. La vita descritta nel Gabbiano è libera da ogni struttura drammaturgica, è il ricordo di un sogno: “la vita va rappresentata come ci appare nel sogno” dice Nina.
Lo spazio scenico è una piattaforma irreale, come sospesa nel vuoto, che galleggia, libera, nell'aria, sopra l'acqua, fra il cielo e il mare. Come un gabbiano. Sulle tavole chiarissime di legno di betulla poggia un essenziale teatro greco, all'antica, con le gradinate. O quel che ne rimane. Raggiungibile con due passerelle ancorate alla terraferma. Forse.
Non c'è Russia, non c'è Ottocento. Ma c'è tutto Cechov dentro. Sono stati eliminati i riferimenti spaziotemporali a vantaggio di momenti di vita quotidiana in cui si riconosce un mondo lontano da sé e non raggiungibile, come l'altra parte di un lago se non si è capaci di nuotare. Da questa irraggiungibilità deriva la necessità del Teatro, la necessità di focalizzare i rapporti umani. Una “tensione verso l'alto” che diventa unica ragione di vita, come per Icaro. Unica possibilità di volare. Per chi il Teatro lo fa e per gli spettatori.
Muscato sottolinea gli spunti divertenti del testo non allo scopo di strappare una risata incongrua, ma per coglierne, per la prima volta in Italia, il tragicomico. Battute e giochi di parole conquistano il pubblico, a considerare la lunga fila di giovanissimi nei camerini dopo la recita per salutare attori sconosciuti. Cechov pretendeva che i suoi lavori fossero dati come vaudeville, senza neppure il sospetto di soluzioni dolorose, anzi con punte addirittura comiche, tanto da voler far apparire Gabbiano (qui volutamente senza articolo, come nell'originale) come le Nozze mozartiane o le Smanie goldoniane. Gags, spunti burleschi, scatti semantici dal carattere comico che svapora in un'afflizione straniante (Ol'ga Knipper rivelò che Cechov amava i clown e gli eccentrici, creature con aspetti caricaturali).
Il motivo dominante in questa messa in scena, coprodotta con intelligenza e lungimiranza dal Teatro Stabile delle Marche e da Leart', è l'amore, l'amore tra gli uomini e l'amore per il teatro. Muscato concentra l'attenzione su rapporti umani difficili e complicati che degenerano in conflitti: ogni personaggio sembra amare la persona sbagliata. In tutto il teatro di Cechov la bellezza coincide con l'amore, complesse ramificazioni di amore e di passioni abortite, tortuosi tracciati di destini che si accavallano. Ci sono gli elementi essenziali dell'arte cechoviana, l'attitudine rassegnata e dolente a un ineluttabile sempre sottinteso (qui vissuta con ironia), l'attenzione morbosa per il dettaglio psicologico evidenziato dagli oggetti-simbolo, la costruzione di un'atmosfera più che di una vicenda, l'uomo-monade che galleggia nel mare della vita.
La drammaturgia cechoviana è fitta di elementi che assumono un valore emblematico. Muscato coglie l'essenziale del carattere di ogni personaggio e lo evidenzia iconicamente con oggetti-simbolo: Arkadina uno specchio grande; Nina uno specchio piccolo e un paio di ali; lo Scrittore una macchina per scrivere, la stessa che dopo avrà Kostja quando diventa anch'egli scrittore, mentre prima ha un manoscritto; il dottore una borsa; il maestro una cartella da scuola; l'amministratore un leggìo da musica e la bacchetta in mano del direttore d'orchestra, lui che dirige la vita nella tenuta; la moglie una flashante macchina fotografica; lo zio è sulla sedia a rotelle, “mi tocca stare qui tutto l'anno”; Mascia una sedia sulle spalle, l'immobilità. Intuizione poetica sono le ali di Nina, bianche e soffici nei primi due atti, poi un'ala è spezzata quando se ne va con Trigorin, rendendole impossibile il volo, alla fine sono imbrattate di catrame, di petrolio, insozzate dallo sciupìo della vita e dell'anima nell'eccessiva mercificazione in quell'altrove troppo vagheggiato.
Uno dei momenti più alti dello spettacolo è il “rito” della rappresentazione teatrale: i personaggi entrano in scena incatenati da un lungo drappo bianco che vela loro gli occhi, recando in mano candele. Si siedono; all'inizio della recita di Nina, il drappo scivola via e non obnubila più la vista. Il teatro svela e rivela. Il teatro rende consapevoli. E liberi. Liberi anche di partire. Nel primo atto ci sono arrivi e nell'ultimo partenze. Le valige, movimentate sempre con grande leggerezza, alla fine sono pesantissime, cariche di errori, di sofferenze, di vita vissuta.
I sentimenti sono ingigantiti dall'assidua presenza del canto, un incessante accompagnamento sonoro. E i momenti più maturi e convincenti sono proprio quelli cantati, nella compattezza di uno spettacolo che vive di vibranti immagini rarefatte, ritratti di gruppo e di individui alla ricerca di un sentimento per cui valga la pena vivere.
I personaggi si muovono ciascuno secondo un proprio codice comportamentale e subiscono una sorta di livellamento che esclude un protagonista in senso stretto. Muscato mette in risalto l'aspetto predominante del carattere di ciascuno, evidenziandone il potenziale tragicomico. Appare riduttivo definire i protagonisti “attori” quando sono anche cantanti bravissimi, mimi, giocolieri. Il gruppo di giovani, compatto e fortemente coeso, si è formato nel corso di laboratori condotti dallo stesso regista in tutta Italia e in intense sessioni di prova a Montelupone, sulle colline marchigiane prospicienti il mare.
La scena ariosa e libera è di Carla Ricotti (con la collaborazione di Barbara Borgolotto), qui in una delle sue creazioni più alte, poetica ed evocativa fino alla commozione, come i costumi, infinite variazioni di tonalità avorio senza riferimenti storici e geografici ma capaci di denotare i caratteri dei personaggi. Necessariamente di nero Mascia, nelle progressioni verso la “borghesità” riferite.
In un momento difficile, in cui si cerca di avere tutto e subito e le parole si fanno confuse, questo è uno spettacolo importante perché mira all'essenziale e con il tempo giusto, il tempo interiore. Il tempo di vivere. Il tempo di amare. Il tempo di volare? No, volare è impossibile. Se non a teatro con Leo Muscato.
 

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di Andrea Castelli

(...) Il tocco inconfondibile del regista aleggia durante i due atti della geniale rivisitazione. Una rivisitazione che ha dello sperimentale, con innesti dinamici e interpretativi che vanno al di fuori degli schemi.
Molti storceranno sicuramente il naso, ma in questa felicemente strana concezione di teatro, il protagonista assoluto della messa in scena è proprio il teatro stesso.
Il teatro, il mestiere di attore e di scrittore, l'arte, rappresentano la "possibilità di evasione" per ognuno dei protagonisti, agonizzanti in quella che dall'originale provincia russa diviene semplicemente un luogo astratto, che non è neppure paese, un luogo spersonalizzante e serenamente deprimente e oppressivo, "ricordo di un teatro in bilico tra il cielo e il mare”.
(…) Muscato rende il dramma qualcosa di sconvolgente, a tratti strappa risate, a tratti stimola pesanti riflessioni sulla condizione umana divisa tra l'arte e l'amore, dove sicuramente alla fine il più forte, l'unico che può condizionare la buona riuscita dell'altra, è l'amore.
Per questo Kostia scrive di personaggi che non sono vivi, e Nina non riesce ad esternare il suo talento, entrambi consapevoli delle loro capacità ma anche dei loro limiti.
E in una scenografia essenziale ma curatissima nei particolari, dove i colori chiari e candidi regnano sul tutto, eccetto per Mascia, di nero vestita per mostrare il lutto del suo amore morto dal principio.
Tanto legno e sedie come elemento ricorrente sul palco.
Di rara eccezionalità in un opera del genere i momenti musicali.
Momenti corali, ricorrenti per tutta la rappresentazione; bravissimi anche tutti gli attori a partire dalla voce d'angelo della Ozdogan.Temi ricorrenti, brani che rimandano alla tradizione musicale est-europea, quasi come se fosse una marcia triste che accompagna inesorabilmente tutta l'opera, accorgimento sicuramente innestato quasi genialmente.

 

HYSTRIO

di Perfrancesco Giannangeli

Classico, nostro contemporaneo. È la filosofia del teatro di Leo Muscato che, dopo essersi confrontato con Shakespeare e Ibsen, ora completa la trilogia con Gabbiano / IL VOLO e si inserisce nel solco tracciato dalle fortunate esperienze di Romeo & Giulietta / NATI SOTTO CONTRARIA STELLA e Casa di bambola / L’ALTRA NORA, spettacoli che sono valsi a Muscato il Premio della Critica 2007. Lavori diversi, ma accomunati da un identico approccio: quello di leggere i fatti con una lente contemporanea. Espressione che non va interpretata come semplice attualizzazione, ma che in Muscato acquista una luce diversa. Per lui, infatti, rendere contemporaneo un classico significa far vivere agli spettatori di oggi le stesse esperienze, in termini di emozione, che quegli spettacoli provocarono in chi li vide la prima volta. Non di riscrittura, dunque, si tratta, ma di sottolineatura di emozioni, sentimenti, personaggi. L’anima del testo, dunque, è quella che Muscato intende far emergere con un lavoro affidato a undici giovani interpreti – scelti dopo un laboratorio itinerante in tutta l’Italia – che si dimostrano totalmente coinvolti nel progetto. Il risultato del trasferimento nel contemporaneo dell’idea originaria di Cechov è complessivamente buono. È una storia intima, di anime che hanno trovato un autore capace di farle dialogare fra loro. Però, in fondo, si tratta di individualità che non riescono a far altro che parlare con se stesse: un monologo risponde a un altro monologo e la somma fa un finto dialogo. Uno sguardo acuto quello di Muscato, rappresentato come un viaggio verso un mondo astratto, sospeso tra cielo e mare, e visivamente spiegato con una piattaforma da cui i personaggi non riescono a staccarsi. Monologhi interiori, insomma, e se si tolgono i riferimenti spazio temporali, ciò che resta sono le relazioni: non la storia, non la trama, ma la vita degli undici protagonisti. Che in due ore e quarantacinque minuti, lo spettatore quasi spia dal buco della serratura, spesso immedesimandosi e identificandosi con le sue pene. Un volo che, asciugato da qualche insistenza, decollerà con le repliche verso un soleggiato orizzonte.

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di Alessia Raccichini

Ri-Scritture” è un progetto di ricerca che il giovane regista Leo Muscato sta portando avanti ormai da qualche anno. Si tratta di un percorso compiuto dentro ed attraverso alcuni grandi classici della drammaturgia del passato, per sondarne la possibilità di grandezza attuale e la necessarietà nell’oggi. Il progetto non mira ad una semplice attualizzazione dei testi, compiuta a suon di abiti moderni e verbosità sfrondata o modernizzata da qualche slang, ma al contrario mira a carpire l’essenza primaria, il valore epico e senza tempo di queste storie secolari.
(…) Nella ri-scrittura di Muscato, già il titolo viene sfrondato dell’articolo, così da rimanere solo Gabbiano, con un suggestivo e minimale sottotitolo – il volo – come ad annunciare il tipo di lavoro compiuto durante i mesi di prove, il debutto nella scorsa stagione e l’attuale riallestimento. Via il superfluo, via le connotazioni spazio-temporali, via i nomi dei personaggi che non servono, via tutto ciò che non è più necessario oggi per raccontare questa storia. Cosa rimane? Rimane una Russia solo accennata, mai descritta eppure vivida; rimangono personaggi che sono portatori non solo di sentimenti umani nitidi e contraddittori insieme, ma anche di valori mitici, etici e morali, che si scontrano e si schiantano tra loro con una luminosità a tratti abbagliante.
(…) È chiaro fin dall’inizio che lo spettacolo si astiene da ogni principio di credibilità legato al naturalismo e alla quarta parete in virtù, però, di una verità di sentimenti ed emozioni che gli attori, pieni di carisma e presenza scenica, veicolano con purezza ed intensità. Il fatto che il codice naturalistico sia volutamente omesso a favore di un’atmosfera lirica ed onirica è ribadito dall’uso simbolico degli oggetti di scena e dai numerosi momenti di canto: alcuni degli oggetti sono parte integrante del costume degli attori, come fossero feticci, passaporto identificativo e status symbol (la macchina da scrivere per lo scrittore, lo specchio per Madame, le ali di piuma per Nina – prima candide, poi macchiate dalla vita – il manoscritto per Kostjia…). Ne nasce una colonna sonora di sottofondo fortemente evocativa che funge da traino alla narrazione e da raccordo fra le scene.
Gli interpreti, bravissimi e appartenenti a generi di spettacolo differenti, dalla prosa al canto, dal teatro-danza alla clownerie, sono stati scelti dopo un laboratorio itinerante organizzato in sette sessioni di lavoro che si sono svolte in tutta Italia. Le loro diverse nazionalità e le lingue assumono una valenza narrativa, diventando un linguaggio proprio di ogni cuore o, al contrario, sinonimo di una comunicazione ed una comprensione profonda, empatica, che non è necessario esprimere con un idioma comune. Tutto passa e arriva anche se è detto o cantato in turco, in russo o in un dialetto africano.
Del resto in questo spettacolo si parla col cuore perché si parla d’amore: amore fra le persone, beffardamente sempre quelle sbagliate, amore conflittuale tra genitori e figli e soprattutto amore per l’arte e il teatro. Sarà proprio quest’ultimo, vissuto da ognuno come “la possibilità ultima di evasione” (per descriverlo con le parole del regista), a generare un ulteriore scontro di posizioni.
(…) Uno spettacolo intenso e commovente, puro ed autentico, poeticamente infantile e navigato insieme. Una conferma della sensibilità e dalla delicatezza dimostrata da Muscato, vincitore nel 2007 del Premio della Critica come miglior regista, nel metter mano a grandi opere del passato per parlare agli spettatori di oggi.