ESTRATTI DI RECENSIONI - BOHÈME

IL SOLE 24 ORE 29.07.2012
MIMÌ MUORE IN CORSIA ALLO SFERISTERIO

STAGIONE ALL’INSEGNA DI FORZE NUOVE. OTTIMA “LA BOHÈME” CON LA REGIA POETICA, ALLEGRA E CRUDA DI LEO MUSCATO

di Carla Moreni

Se ogni teatro ha un simbolo, quello dello Sferisterio di Macerata è il muro. Altissimo, protettivo o separatore, anima acustica dello spettacolo all’aperto, in una delle platee più capienti (2800 posti) e importanti (48 edizioni di opera). Chi vuol fare teatro allo Sferisterio deve misurarsi con lui. Combatterlo, assorbirlo, usarlo, esaltarlo o neutralizzarlo. Il maestro che in assoluto aveva più di tutti vinto sul muro era stato lo scenografo boemo Josef Svoboda, che lo aveva trasformato parzialmente in 250 metri quadrati di specchio: parete obliqua, sghemba, per sdoppiare la Traviata di Verdi, dandole la verità di noi tutti con lei, alla fine, nel tremolio dei pannelli argentei. Spettacolo di vent’anni fa, l’autore morto da dieci. Modello insuperabile. Strada chiusa. Muro sul muro. Mai dire mai: in questa stagione lo Sferisterio ha scommesso su forze nuove del teatro di prosa. (...) La riprova dello spirito di coinvolgimento si aveva partendo dai più piccoli: mai sentiti i coretti dei bambini allo Sferisterio così convinti, partecipi, vitali. Può sembrare un paradosso, ma quando a teatro le parti dei bambini (se ci sono) escono al meglio, vuol dire che la scena non è inerte, lo spettacolo è vero. Ha vinto appieno Bohème, con la lettura poetica, allegra e cruda di Muscato, i manifesti della contestazione parigina messi come graffiti, nella scena forte e agile di Federica Parolini, trasformabile a vista, e coi costumi teneri di Silvia Aymonino, tenaci nel floreale e nel kitsch sessantottino. Una regia da prosa, raccolta, da teatro di piccole dimensioni, che però prendeva subito quota, chiamando a non perdere nemmeno una battuta del canto di conversazione pucciniano, sbalzato con grande scioltezza attoriale. (...) Muscato ha chiesto ai suoi di entrare nella spensieratezza amicale, nel radicalismo delle contestazioni giovanili. Gli interpreti ci hanno creduto (...) Ci ha creduto il direttore, Paolo Arrivabeni, cha ha trovato suono ricco di dettagli e armonicamente pregiato da un’orchestra temporanea, la Regionale delle Marche. Ci ha creduto il Coro “Bellini”, rinforzato nei movimenti d’assieme dal parmigiano Balletto Civile, fondamentale nel Caffè Momus, mai sentito così chiaro, drammaturgicamente, nei livelli intrecciati. Ci hanno creduto, appunto, gli scatenati bambini, coi palloncini, ala fine tutti su in cielo. Ma soprattutto ci ha creduto il pubblico: la morte di Mimì, sul lettino di ospedale, con una forzatura che richiamava Murger, era sì una forzatura a Illica e Giacosa. Ma raggiungeva lo scopo di farci toccare il marmo delle ultime battute di Puccini.



GAZZETTA DI PARMA 23.07.2012

FANTASTICA “BOHÈME” NELLA PARIGI SESSANTOTTINA

di Elena Formica

(...)  Bohème: Fantastica. Muscato e un cast perfetto hanno messo ali potenti, colorate, intrepide a uno spettacolo da ricordare, da vedere e rivedere. Paolo Arrivabeni – questo sì che è un direttore! – ha fatto pulsare, scintillare, illanguidire e crepitare di mille fiamme pucciniane una Bohème pazzesca, travolgente, paradossalmente vera, ambientandola alla fine degli anni ’60 nella Parigi delle rivolte studentesche, degli scioperi e delle occupazioni di fabbrica e cantieri, in quella formidabile utopia cha ha avuto la forza di cambiare il mondo, ma non l’uomo che lo abita; proprio come la giovinezza che è irresistibile istinto a fecondare il tempo col proprio seme, vada come vada. Ma questa, ragazzi, è “vita da Bohème, allegra e disperata”. E con Mimì che muore, si chiude il sipario su una stagione bruciante che non ha padroni. Uno spettacolo, questo di Muscato, superlativo. Indimenticabile. E talvolta falsario per amor di verità. Una verità del dramma, che è qualcosa di più del libretto. Mimì muore in un letto d’ospedale, Rodolfo grida il suo nome mentre le infermiere la portano via, oltre una porta che inghiotte, con lei, una stagione irriproducibile. (...) Una bohème da premiare, assolutamente da premiare. Per tutto. Anche per le scene di Federica Parolini, i costumi di Silvia Aymonino, le luci di Alessandro Verazzi.



LA REPUBBLICA, 29.07.2012

VERDI, BIZET E PUCCINI SONO DIVENTATI GIOVANI E ALLEGRI

di Angelo Foletto

(...) L'azione riscrittura-nostalgia di Muscato cattura e convince per coerenza di dettagli e d'assieme. La recitazione abroga la routine operistica, ma non cede alla genericità giovanilistica. I gesti "sono" gli anni 60-70; non meno dei frastornanti costumi di Silvia Aymonino e degli arredamenti kitch di Federica Parolini, dei tadsebao di Marcello, dell'Olivetti montanelliana di Rodolfo o del basco rosa da esistenzialista di Mimì. L'evocazione accende cuori e nostalgie: la soffitta? una 'comune' di studenti. II II atto? Serata al Piper, band capelluta, lamé e spinelli. Il terzo è davanti a una fabbrica occupata: reti metalliche, celerini, bidoni, falò, eskimo e Citroen-alcove.
Mimì muore in ospedale, tra flebo sospese e l' “andare e venire" del personale sanitario che certifica l'ennesima morte bianca. Il
 cast speciale (Giannattasio, Meli, Gamberoni, Salerno, Porta e Concetti), la direzione di Paolo Arrivabeni, e la sensazione che tutti credessero alla stessa cosa, hanno contagiato. (...)



CORRIERE DELLA SERA, 29.07.2012

BOHÈME IN SCENA NEL ‘68

di Enrico Giradi

(...) Ma la nuova Bohème è spettacolo di alto livello. Nelle mani rodate di Paolo Arrivabeni l'esecuzione è in cassaforte: il cast (Francesco Meli, Carmen Giannattasio, Damiano Salerno, Serena Gamberoni) è eccellente. E la messinscena di Leo Muscato, ambientata nella Parigi del '68, gli studenti e gli operai contro i “padroni” gli slogan contro la polizia “fascista” ecc., mentre a dirlo sembra gratuita, si srotola con una linearità, una semplicità e una cura dei dettagli che riconduce personaggi e situazioni alla loro verità profonda: il modo è scanzonato il contenuto no. Chissà se Michieletto riuscirà a far di meglio a Salisburgo: di sicuro dovrà mettercela tutta. (...)

WWW.TEATRO.ORG  21.07.2012

MIMI' ALL'OSPEDALE

di Francesco Rapaccioni

(...) Convince pienamente la scelta di Muscato di ambientare negli anni Sessanta del Novecento l'opera pucciniana, mantenendo totale fedeltà alla storia e al plot. Il compositore scelse di retrodatarla rispetto alla sua epoca in modo da situarla in un momento di fermento intellettuale e giovanile, dunque prima dei moti del 1840; oggi un periodo simile è necessariamente quello degli anni Sessanta del secolo scorso. Ecco dunque la soffitta, a cui si accede da una botola, che pare un appartamento di giovani universitari: Rodolfo alle prese con il lavoro di giornalista fa ticchettare una “Lettera 22”, Marcello dipinge con lo spazzolone (e il pavimento è coperto da un telo con bave di colore che rimandano a un delicato sogno surrealista), Schaunard suona la chitarra elettrica esprimendo la sua anima rock e Colline non si separa dai suoi libri trascinandoli in un carrellino. Mimì canta seduta in poltrona trasversalmente, con le gambe a penzoloni dal bracciolo.Splendido il secondo quadro, una festa al bar che diventa un party di Natale in stile musical: i coristi sui cubi, le luci fucsia, gli arredi zebrati come i vestiti dei camerieri, l'albero della cuccagna di Parpignol, i bambini coi palloncini in mano che poi volano nel cielo. Un atto così leggero e divertente che, finito, si vorrebbe ricominciasse immediatamente. Il terzo quadro mostra l'altro volto degli anni Sessanta, le proteste operaie e gli scontri con la polizia per il riconoscimento dei diritti dei lavoratori. Siamo davanti alle fonderie d'Enfer, una lunga barricata confina gli operai dentro la fabbrica, guardati a vista da poliziotti in tenuta antisommossa intenti a rimuovere i cubetti di porfido appena lanciati dai contestatori. Il rimando all'originale è raffinato: un cartellone in un angolo propone il menu del bistrot d'Enfer. Musetta arringa gli operai come una sindacalista, Marcello dorme in un camioncino oltre le barricate. Una panchina solitaria in proscenio consente a Mimì le azioni previste dal plot.Nel quarto quadro siamo di nuovo in soffitta, ma il tempo è trascorso e i ragazzi se ne vanno, imballando i pochi averi dentro scatoloni chiusi con lo scotch che trasportatori in tuta portano via per il trasloco. Il passaggio dal primo momento al secondo momento del quadro è assai efficace, un taglio cinematografico che porta dalla soffitta alla camera di ospedale: davvero geniale (...) La scena di Federica Parolini è perfetta, sobria e colorata al tempo stesso (i due cambi scena a vista sono essi stessi uno spettacolo), come perfette sono le coreografie di Michela Lucenti affidate all'Ensemble di teatro fisico Balletto Civile; splendidi i costumi di Silvia Aymonino; splendide le luci di Alessandro Verrazzi. Leo Muscato si conferma regista di talento, in grado di applicare la cura attoriale della prosa anche all'opera lirica e così scolpendo personaggi a tutto tondo e conferendo all'azione grande pregnanza drammaturgica. Un regista che pone al centro di tutto il ruolo del cantante-attore e ricorre a pochi, economici (ma poeticissimi) elementi per ricreare un mondo, rivelando grande sensibilità. (...)

WWW.OPERACLICK.COM  26.07.2012
di Domenico Ciccone

Nell’esposizione della sua idea registica per Bohème, Muscato è partito da una interessante considerazione: Puccini ha scelto di ambientare l’opera nella Parigi del 1830 per suscitare negli spettatori il ricordo di un’epoca di tensioni politiche e culturali, di barricate ma anche di grandi ideali, di giovani che accorrevano da tutta la Francia con la voglia di reinfiammare le grandi pulsioni rivoluzionarie, in modo da portare lo spettatore stesso a ricordare in prima persona i propri ardori giovanili. Nel fare una retrodatazione analoga a quella pucciniana, Muscato ha portato l’ambientazione al 1968, periodo di analogo fermento politico ed esplosione di idealità, di giovani in piazza e tensioni contrapposte, ma anche di grandi legami, amori e passioni, tutti elementi che si sposano alla perfezione con il mondo musicale e drammaturgico di Bohème. La trasposizione sul palcoscenico di questa visione registica è riuscito in modo davvero trascinante: la soffitta dei quattro amici, peraltro una vera soffitta visto che vi si accede da una botola, è una coloratissima e trafficata comune piena di oggetti, teli dipinti e chincaglieria di ogni tipo dove la giovinezza si respira a pieni polmoni. Semplicemente spettacolare il secondo atto, trasformato in un gigantesco musical psichedelico in un trionfo di arredi zebrati, pantaloni a zampa d’elefante e capigliature afroamericane, ma senza che l’ascolto musicale ne risulti minimamente compromesso. Anzi, viene quasi da pensare che il valzer di Musetta Puccini lo avesse scritto apposta prevedendo in palcoscenico l’accompagnamento ritmico di quattro boys, con la cantante fasciata in un abito di lamè, o che nel finale dovessero spuntare Frank Zappa con un contorno di chitarristi che si muovono perfettamente a tempo con la musica, mentre tutti gli altri personaggi si scatenano a ballare. Del pari coerentissimo con musica e drammaturgia trasformare la barriera d’Enfer in una fonderia, coperta da manifesti pacifisti e ambientalisti a causa del suo essere fonte di inquinamento, e di conseguenza della morte di Mimì, ammalatasi a causa degli effluvi della fonderia. Per il finale dell’opera, Muscato ha voluto rifarsi al romanzo di Murger, nel quale Mimì muore in ospedale, senza Rodolfo al capezzale a causa di un difetto di comunicazione con i medici. Anche in questo caso la scelta registica non è stata buttata lì per caso: Mimì non potrebbe comunque tornare nella soffitta perché gli amici sono stati sfrattati per morosità, come si vede all’apertura del quarto quadro. Intenti a preparare i pacchi sotto lo sguardo di un torvo Benoit (quanti di noi, guardando quest’opera, hanno pensato che il vecchio padrone di casa alla fine si sarebbe stufato dei sotterfugi per non pagare la pigione?), Rodolfo e Marcello cantano “O Mimì tu più non torni” in mezzo ai resti della loro vita spensierata, ormai dissolta sotto i colpi della realtà fatta di affitto e bollette da pagare. Ci può essere qualche perplessità all’apparire di Mimì sul letto d’ospedale spinta di corsa da infermieri e medico, che le girano intorno e impediscono a Rodolfo di correre al suo capezzale, ma tutto viene ampiamente superato dall’evoluzione drammatica della scena. I cantanti si sono calati in questa regia con grande professionalità, e hanno mostrato soprattutto di credere loro stessi in quello che stavano facendo sul palcoscenico. (...)



WWW.GBOPERA.IT  26.07.2012

MACERATA OPERA FESTIVAL: ”La Bohème"
di Davide Oliviero

Potremmo citare il meraviglioso libro di Lawrence Ferlinghetti “Parigi, 1968: L’amore nei giorni della rabbia” per poter presentare il secondo allestimento del Macerata Opera Festival con “La Bohème” di G.Puccini. Un allestimento questo si dice alquanto discusso e contestato (e poi da chi?), ma che è stato in verità la vera rivelazione di quest’anno per freschezza di idee e non solo. Intorno ai personaggi di Mimì e Rodolfo tutto si muove continuamente, mentre le febbrili passioni e le manifestazioni di piazza cambiano tutto e nulla. L’eternità sembra essere rappresentata solo da una fresca e lunare soffitta, una luce sicura tra ponti infiniti, tra passaggi di forma e di essenza. Tra i labirinti delle apparenze. Parigi è la vera protagonista della scena, il Quartiere latino con un caffè Momus che si trasforma in una discoteca con cubi zebrati su cui si esibisce il Coro in un ballo di gruppo durante i festeggiamenti natalizi, la barriera d’Enfer all’occasione trasformata nelle Fonderie d’Enfer con la lunga cancellata reticolata presidiata da picchetti di scioperanti, e nel finale la soffitta tra i tetti di Parigi ormai svuotata dei colori e dei disincanti diventa una stanza di ospedale con tanto di medici, infermieri nell’atto di assistere la povera Mimì morente a causa proprio delle esalazioni tossiche della fonderia. Su questa scena sporadici dissensi del pubblico hanno tentato di farsi largo tra i fragorosi applausi. E’ chiaro che ci troviamo molto spesso di fronte ad una forzatura del libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa ed in diversi punti è più che evidente, ma che importa? L’allestimento è sempre credibile, coerente con se stesso e non offusca mai la vicenda. Le scene di Federica Parolini sono assolutamente di grande impatto visivo, lo sfondo perfetto alla regia di Leo Muscato che ha saputo lavorare con i cantanti/attori come nella più alta tradizione di prosa. I costumi di Silvia Aymonino sono coloratissimi: materiali e stile in pieno “Hippy style” ma con un gusto tutto squisitamente francese. I movimenti coreografici di Michela Lucenti affidati all’Ensemble di teatro fisico Balletto Civile e le luci di Alessandro Verazzi hanno poi creato la cornice perfetta a questa macchina assolutamente travolgente. All’altezza dell’allestimento anche la parte musicale e vocale con punte di vera eccellenza.Paolo Arrivabeni che dirigeva la Fondazione Orchestra Regionale delle Marche ha dominato a dovere gli interventi delle diverse sezioni orchestrali risultando in sintonia con un palcoscenico spesso assai movimentato e nel contempo nei momenti più intimi ha saputo evidenziare la preziosa tavolozza orchestrale di questo capolavoro. (...)  Un pubblico veramente entusiasta che ha regalato applausi e consensi con generosità e travolgente trasporto come da tempo non si vedeva allo Sferisterio.